Recensioni

Con il senno di poi, era quasi prevedibile che Wes Anderson ambientasse una sua pellicola in India: da un lato, la ricerca di una spiritualità a basso costo, semplice fino al rischio della banalizzazione; dall’altro, quei colori vividi che evocano gli anni d’oro di Bollywood, da sempre parte del suo linguaggio visivo. Proprio su queste tonalità costruisce il contesto ideale per un racconto che si allontana dalla geografia per svilupparsi sul piano simbolico e mentale.
Il dilemma che accompagna ogni film di Anderson resta: è un regista dalla tecnica sopraffina, capace di trasformare il vuoto in arte grazie a una padronanza millimetrica della messa in scena. Carrelli, ralenti, grandangoli si incastrano in una grammatica visiva rigida e affascinante, tanto da rischiare di ridurlo a un freddo costruttore di estetica fine a sé stessa.
Eppure, The Darjeeling Limited abbandona alcune delle più evidenti sperimentazioni formali che avevano caratterizzato Le avventure acquatiche di Steve Zissou, per tornare a raccontare una storia che ha un cuore, un significato chiaro.
Il viaggio di tre fratelli – Peter (Adrien Brody), Jack (Jason Schwartzman) e Francis (Owen Wilson) – diventa il pretesto per una doppia riconciliazione: con la famiglia e con sé stessi. Peter fugge dalle responsabilità della paternità per poi trovarsi ad affrontare la morte di un bambino tra le braccia. Jack confonde desiderio e bisogno d’amore, immaginazione e realtà. Francis, reduce da un incidente, maschera la propria fragilità dietro decisioni morali che hanno il sapore dell’autoinganno. Il loro percorso è segnato dall’ombra del padre morto e da una madre (Anjelica Huston), diventata missionaria per gli altri ma incapace di esserlo per i propri figli.
“Il treno si è perso” dice una battuta chiave, e con esso anche i protagonisti, smarriti tra il dolore e la necessità di alleggerirsi da un’eredità emotiva che pesa come quelle valigie che, alla fine, saranno abbandonate. Un gesto che è insieme liberazione e simbolo di una rinuncia necessaria.
La spiritualità dell’India, alla fine, si rivela un miraggio: la presenza di un itinerario rigido e programmato rende impossibile l’autenticità del viaggio. Sarà solo nel momento in cui tutto sembra andare fuori controllo che il viaggio troverà un senso, virando verso destinazioni impreviste.
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