Recensioni

Il 2019 segna – purtroppo – la fine di un’era, quella della Luxury Records, etichetta di Götheborg fondata da Rasmus Hansén punto di riferimento della scena indie svedese dell’ultimo decennio. Nonostante l’attività ancora intensa – il nuovo album dei Westkust, il nuovo contagioso singolo dei Makthaverskan e il previsto nuovo materiale targato Agent blå – tra pochi mesi la label chiuderà definitivamente, sublimando l’esperienza con un closing party il 25 maggio al Pustervik di Götheborg.
Per stemperare il sentimento malinconico che accompagna questa notizia, i Westkust, autori di quello che per chi vi scrive è il miglior album mai pubblicato dalla Luxury (Last Forever), pubblicano un secondo album in grado di scacciare per trenta minuti qualsiasi pensiero negativo: Westkust (così si intitola) è infatti caratterizzato da un mood altamente primaverile, decisamente più sereno e twee-friendly rispetto all’esordio. In netta contrapposizione rispetto alla gloominess che spesso accompagna gli album gazey, Westkust è spensierato come una rapida corsa (in un campo di fiori, verrebbe da dire osservando l’artwork) con il vento in faccia e gli occhi puntati verso quel punto d’incontro ideale tra indie pop, shoegaze, noisepop e dreampop. La Melodia con la M maiuscola come collante (la capacità di scrivere hook di facile assimilazione è la stessa degli Alvvays) e piede costantemente sull’acceleratore lungo le – sole – nove tracce di un album meno urgente di Last Forever ma comunque, diretto, compatto e pieno di energia.
Con Gustav Andersson/Guggi Data momentaneamente (o definitivamente?) fuori dal progetto e con Julia Bjernelind ormai unica mente e vera protagonista, si è perso quel particolare effetto dissonante tra le linee vocali uomo-donna che era una delle caratteristiche vincenti di Last Forever. Tuttavia il fulcro del suono della band svedese (rivoluzionata per tre quinti) è, per pedali/effetti utilizzati e per approccio ritmico, rimasto pressoché intatto, segno che all’interno del gruppo è presente una visione condivisa ben delineata di quello che deve essere il Westkust-sound. In questo senso va evidenziato che due delle tre new entries (il chitarrista Brian Cukrowski e il batterista Philip Söderlind) in realtà new entries non sono, dato che per un breve periodo avevano militato nella primissima, embrionale (parliamo di quasi dieci anni fa, ancora prima dell’arrivo di Julia Bjernelind), versione della formazione scandinava.
Spinto dall’intento di generare good vibes («We wanted to make songs that just feel good to listen to», ammette la Bjernelind) Westkust è un tripudio di chitarre sparate a mille sotto una coltre spessissima di distorsioni e riverberi. Che siano sommerse in un luccicante wall-of-sound (Do You Feel It), che suonino come sirene (Swebeach) o come jingle-jangle in formato punk (Junior), le chitarre sono le vere protagoniste della seconda fatica della band svedese. Un paio di episodi leggermente più distesi (i ricordi dream-rock ad altezza 90s di Rush e di Daylight) lasciano invece intravvedere aperture verso un suono più maturo e prodotto che, ad essere pignoli, snatura un po’ l’attitudine sgraziatamente giovanile delle pubblicazioni precedenti (vedi il singolo Weekends del 2013, ad oggi uno dei picchi assoluti della loro discografia).
Chiaramente i Westkust (come buona parte dei compagni di label) non sono qui per lasciare ai posteri album articolati, ambiziosi o particolarmente originali quanto, invece, per regalare sorrisi consegnando di volta in volta nuovi piccoli anthem guitar-pop a loro modo senza tempo, sperando che la partnership con la Run For Cover mantenga viva, a distanza, la “scena della Luxury”.
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