Recensioni

7

Fits era già un viaggio nel passato, ma con venature di determinazione più vicine a noi (o almeno che portava i Settanta nei Novanta). Ci era piaciuto per la capacità di mettere insieme Abe Vigoda e Jimi Hendrix, nervosismo muscolare e riff trascinanti. A due anni di distanza, approcciare D, nuovo album dei White Denim, porta a una sensazione simile a Innerspeaker dei Tame Impala. Un mood vintage decisamente meno duro, più psichedelico e certamente ammorbidito, basato su una padronanza assoluta dei generi di partenza e su una capacità di fugare il rischio della compilazione, della caricatura.

D (che sembra stare per “drugs”) corre via molto meno liscio del doppio vinile impalaiano. A contribuire sono i frequenti inserti progressivi, vera cifra stilistica che crea continuità nel percorso WD. E nel sistema di concause c’è uno spettro di riferimenti che a volte denotano una personalità molto meno imponente degli australiani (Hendrix l’abbiamo citato, ma si potrebbe andare da The Who ai Jethro Tull). Se però confrontato con l’album che lo ha preceduto, il secondo full lenght dei White Denim – che oggi vedono il contributo di un secondo chitarrista che si aggiunge al trio, Austin Jenkins – è un sereno approssimarsi al pop che sta dietro al rock della regione di origine del combo, il Texas, e nello specifico Austin, luogo fucina per eccellenza. I profumi sono quelli che si spruzzavano i californiani Meat Puppets (Burnished) su SST, dopo essersi sfogati con l’hard core dei primi passi.

Accade persino di sentire “canzoni”, con melodie e prove di ballata, seppure sempre sofisticate, secondo la scuola che ha brillantemente ripreso, negli ultimi anni, Cass Mc Combs. E anche esperimenti che al prog tradizionale preferiscono sperimentazioni tropicaliste (Bess St.). Tutto testimonia una cosa: la volontà di essere più accessibili. L’ottima notizia è esserci riusciti senza perdere qualità. E, se la svolta ci rende astigmatici rispetto alla linee guida dei prossimi passi, ci conferma le doti dei White Denim nel maneggiare il passato e consegnarcelo su un piatto d’argento.

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