• ott
    07
    2016

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BMG

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I disagi provocati dal sentimento amoroso – nella sua accezione più matura, e configurato nell’amato/odiato dono che l’umanità cerca di declinare e decifrare secondo le sue esigenze – sono sempre stati al centro del percorso autoriale che i White Lies hanno cominciato nel lontano 2009 (anno di To Lose My Life), e il cui apice è da rintracciare nello splendido concept album Big TV, un’immersione spaziale recante in sé una netta dichiarazione di intenti per gli anni a venire. Se quello del 2013 aveva come tema principale la paura nel compiere il grande balzo del trasferimento in una grande metropoli, seguendo lo stesso filo conduttore con una soluzione di continuità fluida e spiazzante, Friends è invece una riflessione sul tempo, su ciò che rimane delle vecchie amicizie, sulle conseguenze delle scelte compiute nel corso di un’esistenza che accomuna vincitori e perdenti. Un canto per coloro che sono rimasti.

Con un’elettronica ancor più persistente e marcata rispetto al precedente lavoro della band londinese, il quarto album di questo viaggio esistenzialista ha il doppio ruolo di rimandare a un passato new wave felice e leggiadro, e al contempo presentare il conto di una realtà opprimente, desolata e arida. Così, tra ritmi ipnotici ed evocativi, si descrive il tratto masochistico di un amore (Take It Out On Me), per poi dichiarare il tema principale di tutta l’operazione (Morning in LA), un compendio sui sentimenti con un’anima concept nascosta e impaurita da uno spettro indescrivibile, quasi ci si vergognasse di proporre l’altra faccia della medaglia di Big TV. Il sentimento sembra aver esacerbato la speranza, chi canta appare distrutto, completamente svuotato dagli eventi abbattutisi come un macigno su una vita costruita su una montagna di illusioni. Illusioni che puntualmente si sciolgono come neve al sole e riducono il nostro protagonista a un essere dilaniato dal dubbio, dall’insicurezza (Is My Love Enough?) che raggiunge il suo apice in SwingIn my heart an endless hole»,«And I’m the one / The only one / Or someone»), decisamente la composizione migliore del lotto.

Non manca qualche banalità di troppo (la scontata, prevedibile Summer Didn’t Change a Thing) o qualche incauta ricaduta sul ritornello facile (evidente in Come On, con i suoi sintetizzatori che suonano fin troppo vintage), ma questa volta, contro tutte le attese, quell’aura ottimista che alla fine sembrava prevalere sempre su tutto non fa la sua comparsa e la chiusa di Don’t Fall appare più come una sentenza di autoconvincimento forzato che come un’esortazione a trovare un lato positivo nella perdita. Il guardare al futuro non è mai stato così arduo, metafora del tempo presente, con il suo carico d’angoscia che si abbatte su sogni e speranze e che questo Friends, seppur con toni e una sicurezza inferiori al suo predecessore, rimarca costantemente brano dopo brano.

22 ottobre 2016
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