Recensioni

5.5

Brutta cosa realizzare un disco di successo e disporre di poche idee su come dargli un seguito. Si finisce con diluire le intuizioni valide dell’album precedente, esasperarne gli elementi vincenti e gettarsi in qualche maldestro tentativo di imboccare nuove strade.

Il caso dei White Lies è quasi da manuale. Sul nuovo Ritual riproducono pedissequamente la formula vincente di To Lose My Life, quella che traduce definitivamente il new wave revival in ambito mainstream, ma lo fanno con una freschezza infinitamente minore rispetto all’esordio. In passato, se ne poteva apprezzare la potenza delle melodie, i richiami, seppur ingenui, a Psychedelic Furs e Depeche Mode, la voce elegante ed austera di Harry McVeigh; tutti aspetti che sul nuovo Ritual vengono amplificati dalla cassa di risonanza di una produzione fin troppo solenne, curata da Alan Moulder. Volendo spendersi a trovare elementi di novità, vale la pena citare il tiro elettro-funk di alcuni frammenti, Holy Ghost su tutti, che avvicina di un altro passetto il sound del gruppo a quello dei Depeche Mode.

Peccato che il resto della tracklist sia composto da quelle che sembrano outtakes di To Lose My Life cui sia stata data frettolosamente la veste dell’album, al fine di capitalizzare l’improvviso successo. I dubbi sul reale valore dei tre restano ancora tutti da sciogliere.

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