Recensioni

7.4

Nell’ambito del dibattito nato tra lettori e redazione sulla nostra fan page in seno alla recensione di Uno dei Green Day – disco che ha diviso e legittimamente aperto ad una critica piuttosto serrata – qualcuno ha posto una domanda difficile e intelligente: “Che cos’è il punk oggi?”. Tutto e niente, verrebbe fisiologico rispondere, anche perché il punk, nel suo lunghissimo percorso dal 1977 ad oggi, si è trasformato, arricchito, separato in casa. Ha assorbito – e non avrebbe potuto essere altrimenti – elementi musicali, sociali, culturali provenienti dall’esterno, risolvendosi poi in un’entità mutante fatta di una solidissima base (il punk, appunto) e di deviazioni provenienti da generi diversi. Pensate al blues, che ha portato al blues punk dei Gaunt, dei Chrome Cranks e della JSBX; pensate al garage sixties che fuso con il punk ha portato alla definizione di un genere scolpito da gente come i Gravedigger V, i Rippers o i Morlocks. Pensate al death punk reso intoccabile dai Turbonegro.

Potremmo proseguire per intere pagine. Eppure il punk, paradossalmente, da genere definito (forse anche troppo) si è tradotto in milioni di satelliti che gravitano intorno a un pianeta. Si è sfaldato, sfaccettato, perdendo il connotato originario. Ebbene, che cos’è quindi punk oggi? Se dovessi spiegarlo ad un alieno, sceglierei i White Lung. Da Vancouver, Canada, con una lunga militanza nelle milizie indipendenti del punk rock, legati a doppio filo alla Deranged Records, cassa di risonanza delle riot band più interessanti degli ultimi tempi, i White Lung rappresentano oggi la purezza del punk, per come la potremmo interpretare con l’esperienza degli ultimi trent’anni.

Da più parti definiti come l’incrocio tra le L7 e le Babes In Toyland, traviati dalla voce femminile di Mish Way e capaci quasi di creare un malinteso storico che sposta l’asse critico (della stampa) verso l’indie punk, i White Lung sono invece ciò che è stato il punk, durante la sua collisione con il “core”. E’ St.Dad a dimostrare come sia ancora credibile oggi un brano suonato senza alcuna velleità creativa, ma compresso nella sua rabbia martellante. Così come Thick Lip altro non è che la base punk dalla quale gli At The Drive In hanno poi elaborato il loro hardcore trasversale. Chitarre profonde e acide, batteria pneumatica in quattro quarti, poco spazio per la melodia fine a sé stessa e un occhio di riguardo per il post punk in Glue, ma soprattutto la voglia di presentarsi con una manciata di canzoni scomode, chiassose, dure, affilate.

Se i The Men sono oggi considerati il futuro del punk, allora i White Lung ne sono il presente. Sono la certezza che trent’anni non sono passati invano e che il punk, svestito dai suoi inutili orpelli, può ancora fare male. 

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