Recensioni

6.8

La Captured Tracks è ormai riuscita, a suon di numeri macinati e uscite veramente interessanti, a costruirsi una credibilità che va oltre il banale apprezzamento da parte dell’ambiente e potrebbe, in brevissimo tempo, diventare vero e proprio culto. Il 2012 appena trascorso ha infatti permesso di assistere alla nascita o alla consacrazione di realtà – leggasi alle voci DIIVWild NothingThe Soft MoonMac DeMarco Chris Cohen solo per citarne alcuni – che sono ormai sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori.

Così come i sopracitati, ma andando indietro nel tempo ancora di un altro anno, ad essere chiacchierato era l’esordio omonimo dei Widowspeak, duo di Brooklyn, casa madre anche della stessa etichetta di Mike Sniper, che li firma immediatamente dopo aver ascoltato una cassetta di sei tracce registrate con Garageband e il microfono integrato di un laptop.

La band capitanata da Molly Hamilton torna oggi con questo Almanac, con la stessa manciata di ingredienti dell’esordio e parecchie aspettative sulle spalle. La cifra stilistica, malgrado l’appartenenza al roster Captured Tracks potrebbe far presagire, non è tuttavia discendente diretta delle nostalgie wave – eighties nineties che siano – da cui l’etichetta di Brooklyn è solita pescare a piene mani, ma si attesta altresì intorno ad un insieme di contaminazioni assai più complesso. L’ingrediente principale è dato dalla voce della Hamilton, così delicata e trasognata da rendere obbligatorio e immediato l’accostamento sandovaliano, il quale fa capolino, con l’aggiunta dei Mazzy Star tutti, quasi ovunque all’interno di Almanac. E’ così che l’ascendente psichedelico viene filtrato da un incedere perennemente onirico e un impianto melodico smaccatamente folk-pop che, se nei momenti più coral-pastorali (Minnewaska) ricorda la delicatezza delle trame di una band come gli Innocence Mission e in quelli leggermente più acid (Dyed In The Wool) trasfigura dei 16 Horsepower al femminile, non rinuncia ad avventurarsi anche nelle brughiere inglesi per il valzer, per la verità non troppo riuscito, di Thick As Thieves. L’ombra di Hope Sandoval aleggia diafana sui due poli contrapposti – l’iniziale Perennials e la conclusiva Storm King – avvolgendo di foschia l’incedere quasi slow-core dei pezzi, ma la vera mossa che prova a far saltare il banco è la scelta di affiancare, alle chitarre acustiche, i contrappunti scintillanti e precisi – che ci sia lo zampino del co-produttore Kevin McMahon, già al lavoro su Days dei Real Estate? – di chitarre elettriche che affondano le mani nell’indie-rock americano tipicamente nineties di stampo Built To Spill (Ballad Of The Golden Hour, primo singolo nonché vertice assoluto del disco, ma anche The Dark Age e Sore Eyes) o spostano ancora un po’ più avanti le lancette verso i primi ’00 e i primi Shins (Spirit Is Willing).

Non ci fossero alcuni passaggi un po’ attorcigliati su se stessi (Devil KnowsLocusts) e se l’ispirazione non vivesse di alti e bassi, saremmo qui a parlare di un disco di livello eccellente. Va da sé però che con i “se”, purtroppo, non si va da nessuna parte, e questo Almanac è quindi solo un disco buono, che si pone però come candidato certo per procedere sulle orme di uno psych-pop in slow motion, le cui viscere sono finora state esplorate ancora da pochi.

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