• giu
    01
    2004

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Nonesuch

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Li attendevo al varco, i Wilco. Proprio così. Perché Yankee Hotel Foxtrot mi era piaciuto tanto anzi parecchio, lasciandomi però la sensazione del frutto tardivo di una band già matura da un pezzo e con un piede nella decadenza. Ragion per cui – rendetevi conto dove può condurre la psicosi del pasionario rock – ero certissimo che il successore mi avrebbe deluso, consegnando a Tweedy e soci la tessera del club “cotti & decotti”. Aspettativa corroborata dall’abbandono del polistrumentista Leroy Bach nel bel mezzo delle registrazioni, anche se d’altra parte c’era da annotare l’ingresso in squadra del tastierista Mikael Jorgensen, già nel giro di “Jimbo” O’Rourke (il quale può a sua volta dirsi membro aggiunto permanente). Voglio dire, l’instabilità della formazione difficilmente è sintomo di buona salute, no?
Invece, A Ghost Is Born è un disco vario, intenso, appassionato. Proprio un bel disco. Non solo: dopo i primi ascolti sembra addirittura dare qualche punto al predecessore (il tempo ci dirà circa l’esattezza di questa sensazione).

Quando scrivo “vario” faccio sul serio, dato che si passa anzi si trapassa (con fatalistico, quasi palpabile capitombolare stilistico) dal folk vaporoso di Wishful Thinking (ballata che sorge letteralmente da evanescenze Korg e Farfisa e procede malinconica come un sogno a piedi scalzi nella notte di Joshua Tree) al kraut inacidito di Spiders (tocchi di chitarra come macchie o filamenti di colore lasciate sgocciolare, l’agra fantasia dei primi Floyd innestata su puleggia Kraftwerk alternando schematiche sterzate Sonic Youth), con tutto ciò che sta nel mezzo ed altro ancora. Lambendo cioé epifanie country rock come Hell Is Chrome (un piano che sboccia festoso poi il buio, vuoto pneumatico Gram Parsons, chitarra come scie di luce), post-wave sbarazzina come in I’m A Wheel (abiti essenziali, angolosi sventagliamenti Feelies e rigurgiti Paisley Underground, notevole performance vocale di Jeff), RnB swingante come in Hummingbird (dulcimer e viola, in coda svolta country rock con deriva boogie / glam tanto da ricordare i Big Star), danze lennoniane come in Theologians (sardonica e impudente, vivida e graffiante, due pianoforti a condurre, la chitarra affila brevi assolo vibranti e scabrezze marginali).

Varietà dunque, una tavolozza che riassume e riesuma tre decenni di stilemi e visioni. E’ quello che annuncia anzi squaderna a mo’ di dichiarazione d’intenti l’iniziale At Least That’s What You Said, il microfono più vicino al cuore che non al pianoforte, l’intimismo quasi imbarazzante almeno finché la polvere pirica non prende fuoco, la chitarra imbizzarrisce trascinandoci lungo una tosta, rabbiosa, dolorosa disperazione / dissipazione. Traccia notevole, anche e soprattutto per la cura con cui scava la pelle del suono cercandone la vibrazione scabra, il manifestarsi veemente, l’impatto crudo senza preavvisi né mediazioni. Pur se strutturato e composito (il kit degli strumenti prevede organi, pianoforti, sintetizzatori, chitarre, percussioni, dulcimer, archi, laptop…), il progetto insegue una sorta di semplicità primordiale, un’immediatezza che lo fa sembrare in corso d’opera, accadimento live nella cantina d’un mondo che ha paura della troppa luce troppi suoni, troppe frequenze da evitare, sintonizzare o semplicemente attraversare.

Si senta di quali frugali magie è capace il folk tenero e trasognato di Muzzle Of Bees, fluorescenze di corde e piano, arpeggio frondoso non lontano da certi Led Zeppelin, reiterazioni di fraseggi tipicamente O’Rourke, improvviso ispessirsi della trama, la strategia radente del farfisa, chitarre accese come nei primi Grant Lee Buffalo. O la madreperla straniante in coda a Handshake Drugs (col suo country soul in angoscia agrodolce ed il vago andazzo psych, praticamente la Heavy Metal Drummer della situazione), oppure ancora il pastoso lavoro dei synth in CompanyIin My Back, altra folk ballad sospesa tra flemma, tristezza ed effusioni bucoliche. Un disco dunque che tenta di far convivere anzi coincidere complessità e immediatezza, semplice e difficile, apocalittico e speranzoso, ostico e consolatorio: si arriva così a Less Than You Think, tre minuti di folk sommesso in punta di cuore, malinconia di piano e trilli di chitarra, voce che s’insegue le ombre nei pensieri, poi un lungo, lunghissimo, estenuante tappeto di rumore imprendibile, sintonie dal pianeta accanto, sinfonia di loop e sequenze per sestetto di ex-cowboy in fuga dalla depressione, sbatacchiati sul muro d’un sogno incancrenito. Ma non è finita, perché c’è il tempo anzi la necessità di un’ultima traccia, quella Late Greats che significa il sogno (quel sogno) inaspettatamente vivo, la speranza (quella speranza) a cui aggrapparsi ancora, Neil Young sempre nel loro (nostro) cuore.

Senza darlo troppo a vedere, i Wilco han deciso di farsi definitivamente grandi. Riuscendoci.

1 giugno 2004
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