Recensioni

7.1

Questo doppio live dei Wilco ha tutta l’aria di voler chiarire a critica e fans lo stato dell’arte della band. Scossa da importanti cambi di formazione – alle chitarre ci sono Nels Cline e Pat Sansone, mentre Mikael Jorgensen si occupa di pianoforte e tastiere – e più ancora dalla svolta “poetica” ed estetica (nel segno dell’eredità lasciata da “prezzemolo” O’Rourke) degli ultimi due lavori, Tweedy e soci sembrano aver definitivamente esaurito l’aura no depression di antica memoria Uncle Tupelo. Si riflettono anzi sempre più nei travagli esistenziali del leader, il cui laconico intimismo conserva vivaddio quel taglio genuino e visionario, quella delicatezza fragile e ombrosa che sa farsi carico di istanze “epocali” senza inciampare nella retorica. Vero e proprio manifesto di questo disagio, Ashes of american flags è uno dei pezzi cardine del live act, con la chitarra come una crepa nel cuore, l’onirico languore delle tastiere, tutto un sogno seventies trafitto dal mesto, struggente assolo di chitarra.

Quanto al resto, sappiate che su ventitrè pezzi in scaletta soltanto sei non fanno parte del dittico Yankee Hotel Foxtrot/A Ghost Is Born: se non si tratta di un’abiura delle vecchie cose, le somiglia abbastanza. A parte questo, occorre dire che le tracce sono rese con trasporto e professionalità, riarrangiando quel poco che occorre, talora concedendo qualche preziosismo sonico (la misteriosa luminosità del synth ad introdurre I am trying to break your heart o le brume industrial noise da cui sorge Wishful thinking), irrobustendo le trame come da copione (ad esempio la divertita ebbrezza country-funk di I’m the man who loves you e l’intrigante vaudeville di Hummingbird). Si dimostrano abili i Wilco – ma non è una sorpresa – sia quando c’è da mordere il freno (la dolente tenerezza di Via Chicago, la fragranza minstrel folk – rispolverata da Mermaid Avenue – di One by one e Airline to heaven) sia quando va sbrigliata l’elettricità (la chitarra che divora spazio emotivo in coda a Muzzle of bees, l’art punk parossistico di Kicking television).

Meglio ancora se questo capita nel volgere della stessa canzone, come nella delicatezza melò di At least that’s what you said, squadernata in un crescendo elettrico esplosivo. Il canzoniere è di tutto rispetto, ti molla una carezza e un ceffone, un ceffone e una carezza, così fino a quella Comment – cover di Charles Wright – che chiude in una luce sì speranzosa ma in cuor proprio dimessa. Forse troppo. Già, perché qui sta forse l’unico rischio ravvisabile nell’entità Wilco: che in quel disarmo si esauriscano e alla lunga ci esauriscano, che da loro non ci si possa attendere altro che l’ennesima variazione della stessa accorata disanima. Ma è un rischio che vale la pena correre.

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