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6.5

Se vi state domandando che suono fanno due buchi neri quando si incrociano e collidono, sappiate che la cosmica risposta non la troverete in un film o in un libro di fantascienza, bensì in un disco. Un disco, questo On Time Out Of Time, che è solo l’ultimo di una lunga serie; perché William Basinski, texano di nascita, newyorchese d’adozione, classe 1958, è dal tramonto degli anni Settanta che, prendendo ispirazione da Brian Eno e dal minimalismo storico, non rinuncia a dire la sua in fatto di loop, droning e suoni trovati. Bello, l’LP Melancholia (che inanella una serie di memorabili schizzi “satieani” a suon di loop). Bellissima la serie dei Disintegration Loops (che forse sono a tutt’oggi l’apice della sua carriera di avantgarde composer). Superbi Shortwave Music e The River – volatile sinfonia di concrete sound il secondo, straordinario palazzo delle fiabe e dell’orrore kraut-ambient il primo.

E ora c’è questo Time Out Of Time, che flirta, e non è la prima volta (ricordiamoci che il papà di William lavorò per la NASA e contribuì allo storico allunaggio dell’Apollo 11, anno domini 1969), coi suoni e con l’immaginario dello spazio. Dunque, un disco, due lunghi pezzi in totale (4(E+D)4(ER+EPR) e On Time Out Of Time), e una domanda che aleggia: che suono fa una stella nera o buco nero che dir si voglia mentre fa la sua cosa nello spazio siderale? La risposta, alla luce del materiale sonoro offerto alla manipolazione del Nostro dal LIGO (ossia dall’osservatorio di onde gravitazionali più grande al mondo), è la seguente: il suo è un suono in espansione (in)finita, che si arrotola su se stesso e si dipana nel silenzio astrale, scandito da rade pulsazioni minimal e da ancor più radi scampoli o bagliori di melodia.

L’operazione in sé può suonare come un mero esercizio di stile; in fondo, il buon Willie, look da tamarro, ma pioniere nell’animo, ci ha abituato alle montagne russe quando si parla di continuità nella resa artistica. In realtà, per come la vedo io, qui siamo al grado zero del “cosmic sound verité” (se così possiamo chiamarlo). Lo sforzo ciclopico di “ammaestrare” mastodontiche masse sonore – 39 minuti e rotti il pezzo eponimo, quasi dieci l’altro – specie se cosmiche, ci riporta dritti dritti ai prime mover del genere (ossia ai Tangerine Dream d’inizio Seventies di Alpha Centauri).

Va detto però che il valore documentaristico di questa operazione basinskiana, unito ad una particolare abilità nel “direzionare” il droning verso mete che sanno di sinfonismo ciclopico ma mai farlocco, rendono On Time Out Of Time un disco degno di essere approfondito e assorbito con una certa attenzione. Voto: 7/10 all’operazione, 6/10 al valore artistico. La media è presto fatta.

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