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7.7

La timida frase di piano, che fa da scheletro a The Garden Of Brokeness, potrebbe anche essere un frammento del Koln Concert di Jarrett o una scheggia delle Gnossiennes di Satie. Un frammento stoppato e ripetuto per 50 minuti in un loop perpetuo, subliminale, che a forza di reiterarsi ti entra sottopelle.

In realtà le note di piano sono residui di composizioni mai nate e ritrovate da Basinski nel mare magnum dei suoi nastri di fine anni ’70, inizio anni ’80. Non è una parentela sottile, quindi, quella tra questo lavoro e Melancholia, che già seguiva esplicitamente lo stesso procedimento: lavorare su frammenti musicali ritrovati su nastro, riversarli in digitale e trattarli artificiosamente. Lo spirito che sottende questa prassi è questo. Incominciare a manipolare i suoni, così, per vedere un po’ l’effetto che fa. Basinski è ormai un maestro riconosciuto in questo, e tralasciando la riproposizione di quanto avvenuto per i Disintegration Loops, alla fine quello che si ottiene è un work in progress, dove però l’artista non è uno spettatore muto e impotente, ma un sapiente burattinaio di suoni e atmosfere.

The Garden of Brokeness amplifica Melancholia e in qualche modo si riallaccia sottilmente anche a VariationsA Movement in Chrome Primitive. Le note di piano, a tratti riverberate, entrano ed escono dallo spazio uditivo, sapientemente alternate o affiancate da brusii elettronici, folate rumorose che sanno di eco vasta ed immanente, e un vuoto cosmico sempre sul punto di cancellare ogni suono e di lasciarci solo il silenzio.

Allora si capisce anche cosa sia esattamente, la mono no aware, termine nipponico che significa “tristezza delle cose”, che da un’affermazione di Basinski è poi rimbalzata ovunque, come migliore descrizione dell’ambient music del newyorkese. La tristezza delle cose non è malinconia, non è mestizia, non è nostalgia, ma probabilmente è tutte queste cose insieme. Esattamente come la musica di The Garden of Brokeness.

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