Recensioni

Trenta anni son passati da quello Stardust che guadagnò al country men Willie Nelson gli onori del pubblico e i favori del botteghino. La formula era assieme geniale ed eretica: rileggere celebri standard in una chiave ibrida country-jazz. Funzionò. Eccome, se funzionò. Furono milioni le copie vendute, un exploit da cui il venerabile Nelson uscì consacrato e col conto corrente (meritatamente) irrobustito.
Oggi, complice il passaggio alla Blue Note, eccolo tornare sul luogo del delitto. American Classic raccoglie altre dodici celebri perle dal Red Book e le affida alla grazia spiegazzata di quest’uomo, che per l’occasione ha riposto il country nella credenza e si è abbigliato jazz di tutto punto. E’ un crooner particolare, certo, nella cui voce gorgogliante e asprigna indovini il peso delle cose, consapevolezze di polvere e dolore, il rispetto per certi valori demodé quali – chessò – l’amore. Il risultato è buono, molto buono.
Eleganza trattenuta (la band fornita da casa Blue Note è ovviamente di tutto rispetto) e tremiti adulti sottopelle, cui gli interventi di Diana Krall e Norah Jones (rispettivamente in If I Had You e Baby It’s Cold Outside) aggiungono quel pizzico di classe maliziosa. Basterebbe la sola I Miss You So a far capire la differenza rispetto ad un Bublé qualsiasi: all’incirca come tra un Lagavulin e un Glen Grant. Il punto è quello che sei, che possiedi, che ci metti. Bravo Willie.
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