Recensioni

6.8

C'è qualcosa di sottilmente morboso nell'hype fiorito attorno alla figura di Willis Earl Beal, chicagoano ventisettenne. Figlio della nuvola di precarietà che da tempo ormai copre il sol dell'avvenire occidentale, ha tirato la carretta dei propri sogni senza appenderla agli ormai consueti palloncini mediatici, vale a dire: niente social network, nessuna disseminazione via web. Altri erano i canali promozionali che prediligeva. Pensate: durante il suo soggiorno ad Albuquerque, dove ha lavorato in un albergo come portiere di notte, usava lasciare bigliettini scritti a mano nelle cabine telefoniche rendendosi disponibile per concertini ad personam comprensivi se gradito di ritratto a matita (tipo quello in copertina).

Epica boehemienne virata naif per il terzo millennio che riverbera alla perfezione in questo Acoustmatic Sorcery, esordio all'insegna del lo-fi al grado zero, undici tracce incise pare con un karaoke ed un microfono da 20 $, più uno scarno armamentario di strumenti raccattati al banco dei pegni (due chitarre, una lap-harp, percussioni…). Per quel che è dato apprezzare, la voce è calda e duttile, timbro soul coi margini sbrecciati, mentre la scrittura si disimpegna con anarchica morbidezza tra bozzetti blues, hip-hop stralunato, miraggi errebì e folk acidulo. Si fanno particolarmente apprezzare Evenings Kiss (sorta di mestizia pop-wave quasi Elliott Smith), il Tom Waits tra allucinazioni Daniel Johnston di Take Me Away, il gospel coi tintinnii bjorkiani di Bright Copper Moon, quella specie di sinopia Tv On The Radio di Ghost Robot e una Sambo Joe From The Rainbow che impasta languori jazzy Nick Drake e Terry Callier.

Detto questo, sembra quasi che non stia nelle canzoni il nocciolo espressivo (poetico) dell'operazione, ma nel loro frusto apparire come rimproveri da una realtà fantasma, concreta ma dimenticata, disconnessa e perciò diseredata. Come dire: esistono molte più cose – anche belle, profonde, magiche – di quanto sia possibile condividerne in rete o illuminarne coi riflettori dello shobiz. Ok, il messaggio è giusto, forse un po' banale ma val bene ribadirlo. Colpisce semmai come gli stessi media e la rete si dimostrino particolarmente ghiotti – ai limiti della morbosità, seppure glassata di patina friendly – di situazioni del genere, come tour operator che scoprono un angolo di paradiso incontaminato.

Da cui lo strano hype che dicevamo, sul cui abbrivio la qui presente stregoneria acusmatica (che ci ostiniamo a ritenere genuina) farà probabilmente la fine d'una profezia che si neutralizza da sé, "condannandosi" al rientro nei ranghi delle consuete modalità produttive – credo – già fin dal prossimo lavoro. Nel caso, potremo finalmente misurare la reale caratura del buon Willis.

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