Recensioni

6.5

La classe non è acqua, bensì una questione innata che col passare del tempo non si affievolisce. Specie se ad averla, quella classe, sono band storiche come gli Wire e se gli anni passati cominciano ad essere tanti, nello specifico trenta abbondanti. Change Becomes Us è infatti una raccolta di materiali non propriamente di primo pelo risalenti al biennio 1979-80 e opportunamente risistemati, revisionati e ri-registrati per l’occasione dal neo-quartetto (la new entry Matthew Simms alla chitarra è ormai parte integrante della band da The Black Sessions). Roba che negli anni era comunque apparsa come sketch da sviluppare in sporadiche occasioni live o come semplici abbozzi che ora divengono un affascinante ibrido tra il tempo dell’ardore e quello della sedimentazione matura del suono degli Wire.

Ne esce paradossalmente un album coeso, molto più vicino, com’è ovvio che sia, alle ultime pubblicazioni della ennesima nuova fase della band inglese: mature, posate, meno urgenti e abrasive, eppure sempre godibili da ascoltare e molto più a fuoco rispetto alla netta contrapposizione che caratterizzava i primi (nuovi) passi, Object 47 su tutti.

Nei momenti più groovey (Keep Exhaling) o accesi (la punkish Stealth Of A Stork), in quelli più riflessivi (B/W Silence) o ipnotici (Time Lock Fog), con cadute di stile a volte decisamente imbarazzanti (Adore Your Island tra chitarre da stadio e stantio impeto) o alle prese con una sensibilità pop mai banale (Re-Invent Your Second Wheel), quella degli Wire del terzo millennio è musica ad ampio spettro che verso la fine, con una Attractive Space dagli effluvi e dal retrogusto insolitamente (ehm) floydiani, sembra chiudere un cerchio su un trentennio di musiche.

Dunque, per accoglienza e valore intrinseco di Change Becomes Us, vale da che prospettiva ci si pone di fronte: se si prende come il volume finale di una tetralogia mai conclusa si rimarrà per lo meno perplessi, se invece ci si confronterà pacificati col passare del tempo e col conseguente ammorbidimento generalizzato allora ci si ritroverà un ottimo (e inoffensivo) disco di rock di classe. A ognuno il suo.

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