Recensioni

Nel commentare il lavoro precedente dei Wire avevamo scritto che era un po’ calligrafico e solo a tratti incisivo come ci si aspetterebbe dalla band. Con questo Nocturnal Koreans dobbiamo correggere un po’ il tiro. È un album che sin dai primi ascolti ci è sembrato più convincente nel suo insieme. Non ci sono picchi “storici” che facciano a gara con i bei tempi, però se si parte già con un brano come la title-track non si può quasi fare a meno di rimanere comunque affascinati, se non ammirati, da quel pop obliquo e frenetico che contiene tutta una serie di mondi sonori subliminali (post-punk, krautrock, ambient, techno, elettronica, psichedelia).
Ecco, appunto, agendo a livello subliminale e oseremmo dire quasi molecolare, i Wire manipolano la materia sonora del pop-rock lavorando su contrasti evidenti – tra l’incalzare in tre quarti di Internal Exile e le sue linee melodiche soft, l’attacco da filastrocca punk robotica di Numbered e una coda all’insegna di un prog rock liofilizzato – o più sottili, effetti di straniamento e tocchi asincroni (il sottofondo di percussioni industriali di Forward Position), e soprattutto amalgamando tutti questi particolari in maniera certosina con la ripetitività ipnotica delle loro melodie. A cui è facile assuefarsi, essendo decisamente orecchiabili.
Un disco di metodica disciplina della composizione “alla Wire” che si perde un po’ nel finale, ma ha un pregio nella capacità di sintesi marchio di fabbrica della casa. Ribaltando il famoso detto, verrebbe da dire Ars brevis, vita longa. Dove il brevis si intende squisitamente riferito ai minutaggi dei pezzi, e la vita è quella dell’arte del gruppo londinese.
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