Recensioni

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Per un evento multiforme e senza una forte identità come il Wireless, sin dalla sua prima incarnazione nel 2005, l’unico punto fermo è sempre stata la sua locazione: nel cuore di Londra, in Hyde Park. Lo spostamento al quartiere-cantiere di Stratford, nel parco Olimpico ancora in rifacimento, risulta purtroppo nella perdita delle ultime briciole di una qualsivoglia atmosfera da festival. Il tutto sembra lasciato nelle mani di un’organizzazione piena zeppa di sponsor, ma priva di alcun buon senso e fantasia.

 Dapprima la confusione-inganno con i biglietti in prevendita, e l’annuncio – a sold out avvenuto – di una successiva data che cumulava gli headliner delle prime due, poi una campagna social quantomeno discutibile – se non proprio fastidiosa – e l’affollamento in line-up di act tappa-buchi – raccattati in base a qualche visualizzazione YouTube oppure comparsate nei talent show – che ha formato un vero e proprio esercito di mediocri, sfacciatamente spacciati per ‘talenti emergenti’.

Ovvio quindi che, attratto dall’estetica reality show e teenage social, il pubblico accorso all’evento sembrasse più quello reduce da un gigantesco casting di Geordie Shore, piuttosto che quello di un festival. Sicurezza incompetente, bevante e cibo scadenti oltre la norma e distanze lunghissime, completano un quadretto che ha tutti i contorni del disastro. E lo sarebbe stato, se una manciata di grandi show non avessero fatto in parte dimenticare le mancanze sopra elencate.

 

Protagonisti assoluti sono stati ovviamente Justin Timberlake e Jay-Z, che hanno presentato in anteprima europea il loro show congiunto Legends Of The Summer, che presto continuerà per tutti gli Stati Uniti. Dopo gli spettacoli riuscitissimi di Hova insieme a Kanye West nel 2012, con il mega-tour di Watch The Throne, questa del doppio show sembra una formula ormai rodata che Jay-Z, con un’occhio sempre attento alle sue finanze, difficilmente vorrà mollare. Mentre con Kanye i punti di contatto erano molteplici ed evidenti, con per giunta un’intero LP nel bottino, l’allaccio con Justin è avvenuto attraverso le ospitate nei rispettivi singoli e poco altro. Tanta era quindi la curiosità di come un’accoppiata del genere potesse effettivamente funzionare, sopratutto dopo la lunga assenza dalle scene di JT. Ma col senno di poi, Jigga è stato lungimirante nello scegliersi un compare altrettanto talentuoso ma dall’ego meno ingombrante di Kanye, per quella che a conti fatti è una coppia molto ben assortita.

 

Negli altri palchi lungo il caldo weekend, accecati dal sole più cocente – ed insolito – dell’anno, si trovavano un Nas incendiario, che si conferma il migliore MC del pianeta, l’old school leggendario degli A Tribe Called Quest – primo show in UK da 20 anni! – ed un elegantissimo John Legend, ottimi live che vanno a compensare le mezze delusioni date da Frank Ocean e Kendrick Lamar, che al pari di un The Weeknd, si rivelano animali da studio più che da palco. Almeno per adesso, visto che ad ottimi dischi non corrispondono sempre necessariamente grandi doti sceniche. Anche con le mezze scusanti del caldo della cattiva gestione palchi – quello di Ocean era sovraffollato e rimbombava tutto, Lamar era affaticato dall’afa – la mancanza di carisma sul palco è ancora evidente per entrambi. Del tutto dimenticabile invece l’esibizione di Emeli Sandé, che seppur dotata di una bella voce, non riesce a sfondare il muro di banalità nel quale la sua musica sembra intrappolata. E dire che un’altra manciata di live interessanti ci sarebbero anche stati, da Snoop Dogg a Magnetic Man, ma la pessima disposizione degli orari non ha permesso la piena fruizione degli eventi in calendario.

 Per gli show principali, le scintille sono per fortunaq molte ed esuberanti, pura magnificenza in stile Great Gatsby. Jay-Z ha pescato Timberlake in un’annata di grazia, che vede l’ex N’Sync tornare con ben due album – oppure un’unico disco diviso in due parti, fate voi – e con tutte le sue abilità di performer preservate alla perfezione. Si esibisce per due ore la prima sera accompagnato da una folta band – The Tennesse Kids – con uno show organico e coinvolgente, alla fine del quale, dopo gli highlight di What Goes Around…, Mirrors e Sexyback, si fatica ad immaginare un’altro showman altrettanto completo, ora che Micheal Jackson se n’è andato. Jay-Z festeggia invece in suo primo numero uno in UK con Magna Carta…Holy Grail, non certo il suo disco migliore, ma buono abbastanza da lasciarlo visibilmente appagato, e chi non lo sarebbe al suo posto. Dal suo show auto-celebrativo – ma comunque spettacolare – traspare l’immagine di un rapper arrivato alla cima da tempo e – anche se lui lo negherebbe – accortosi che la sua figura sta lentamente cedendo il passo alle nuove generazioni. Ma, se di declino si può parlare, è di certo una discesa gloriosa e pirotecnica: fiati, due batterie, gruppo di coristi, due chitarristi più vari altri elementi che lo accompagnano in una joyride che ripercorre i suoi singoli migliori, da Encore a Empire State Of Mind, passando per il classico U Don’t Know. Un po’ come guardare una montagna crollare al rallentatore, lo stesso Jay-Z si è forse reso conto che, facendo gravitare certi nomi intorno alla sua figura, riuscirà almeno per un po’ a tenersi stretta la corona di re di New York.
A proposito di figure, i titoli di testa per lo show di domenica, tutto sommato un compendio delle due serate precedenti e poco altro, vanno alla breve apparizione di Rihanna per Run This Town -, che lascia intuire chi potrebbe essere il prossimo Umbrella sotto cui Jigga saprà ripararsi. Per il resto, le Leggende sono leggendarie solo per metà, nel senso che quando l’interazione avviene, come in 99 Problems, in cui Justin interviene nelle parti vocali, la magia c’è ed è quasi tangibile. Per lunga parte però, sfortunatamente, i due si limitano ad alternarsi sul palco e sfoderare ciascuno le proprie hit. Più JT che Jay-Z, c’è da dirlo. Quando Timberlake è sul palco, lo show ne giova per il semplice motivo che, vuoi per esperienza o per dote innata, Justin sembra sempre, tra tutti i sessantamila presenti, quello che si stia divertendo di più in assoluto, e riesce a trasmettere questa sensazione al pubblico. Sia che ruoti come un satellite impazzito intorno a Jay-Z, o che si prenda la scena tutta per se, la padronanza del palco è quella di un’artista nel pieno della maturità.

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