Recensioni
Preparate le orecchie, sono tornati i tre dagli occhi di lupo. In verità non se ne sono mai andati, anzi, hanno continuato in tranquillità a sfornare vinili, nastri e cd-r in quantità industriale insozzando l’etere di violenza e cacofonica brutalità.
L’effetto sorpresa, dopo lo sdoganamento subpoppiano, è ormai svanito e non resta che la solita, acida e imbastardita profusione di suoni disturbanti e fastidiosi distribuiti in 7 pezzi per mezzora di claustrofobia noise a doppia anima. Incompromissoria e brutale nei momenti più selvaggiamente white noise (Broken Order, la title track) in cui clangori reminiscenti i TG e la grey area più rumorosa sono letteralmente lasciati a imputridire in una fogna a cielo aperto di brutture sonore. Altrettanto radicale ma spostata verso una sorta di ritualistica ambient devastata e caustica in momenti come Living Stone, We All Hate You, Pretending Alive (ipotesi di convergenza tra free-jazz e noise puro memore della collaborazione con Braxton) o i 6 macilenti minuti droning post-industriale della conclusiva Droll Cut The Dog, incubo horror da day after in cui forse l’essenza disturbante di Wolf Eyes trova la sua più completa sublimazione.
Always Wrong non è un capolavoro e solo accostare il termine a Wolf Eyes fa sorridere. Se però ci si chiede dove andrà a parare il noise a stelle&strisce di questi anni 00, non ci si potrà esimere dal fare i conti con l’affascinante etica/estetica del trio del Michigan, capace di far convivere estremismo nichilista e carne allo sbando, asperità del quotidiano vivere post-industriale e paranoia sub-umana.
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