Recensioni

Tre indizi fanno una prova: il noise targato 2013 pare essersi stancato di massacrare i distorsori e allarga gli orizzonti. Tutta gente di primo piano: c’è Prurient che dopo anni passati a fracassarci i timpani se ne esce con un disco techno e gotico, c’è Brian Chippendale, che lascia le tempeste ormonali dei Lighting Bolt e ritorna con forme quasi coerenti nei Black Pus. E poi ci sono Wolf Eyes, che avevamo lasciato a quell’Always Wrong di ispirazione TG – The Second Annual Report e che ora, tanto per continuare il parallelo, ritroviamo alle prese con il personale 20 Jazz Funk Greats.
Non è un assalto sonoro, dunque. Si lavora sull’atmosfera, su un paesaggio claustrofobico, sinistro, desolato. Tutto è ridotto all’osso, i beat sono scheletrici, il rumore equilibrato nel gioco pieno/vuoto, con ampio spazio per il silenzio. E in fin dei conti è proprio il vuoto a marcare il carattere di No Answer: Lower Floor, un vuoto tanto musicale quanto spirituale perché tutto suona per essere austero, rarefatto, indifferente. No Answer appunto, e di nessun genere.
Comunque è il finale del disco a regalare i momenti migliori, con la lunga agonia di Warning Sign, ripetizione infinita di trasmissioni industrial, e i dodici minuti di Confession of the Informer, il pezzo più ragionato, una suite composta da pochissimi elementi (tamburo, voci interrotte, qualche rasoiata e poco più) in cui viene fuori con grande forza l’abilità compositiva dei tre. Va tutto bene allora: la missione è compiuta, lo straniamento è totale. Lunga vita ai Wolf Eyes.
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