Recensioni
Registrato tra l’ottobre 2003 e il giugno 2004 al Key Club di Benton Harbor, MI sotto la supervisione di Bill Skibbe e Jessica Ruffins e missato da Brendan M. Gillen (acclamato dj/sperimentatore di Detroit noto anche come BMG o Ectomorph), Burned Mind riesce ad essere truce ed anarchico ancor più dell’EP Dead Hills: da una parte l’effetto shock a base di sabba e urlacci melmatici si riaffaccia intatto, dall’altra la presenza di stasi sinistre e persino un paio di silenzi cage-iani rinverdisce il parco di torbide nefandezze.
Posta a principio dell’album, Stabbed in the Face (anche in 12” e scaricabile dal sito della Sub Pop) è una dichiarazione di guerra bella e buona: l’astronave Galaga è approdata, ma dalla sua pancia non escono i Visitors con le tute rosse, bensì sincopi mefitiche, glitcherie alla Ikeda, urla à la Genesis P. Orridge, fischi di Ventolin (come li avrebbe voluti il diabolico Aphex Twin) e bordate di basso a mo’ di radiazioni letali.
Fortunatamente tanto splatter ed effettismo “boom” alla maniera dei primi Swans viene intelligentemente dosato per dare maggiore risalto all’industrial ambientale, senz’altro la specialità del combo.
In brani come Urine Burn o Village Oblivia un microcosmo costituito da fauna rettiliforme di serpenti e flora di carcasse metalloidi è mirabilmente dettagliato, seppur nello spartano modo di Young e co., che hanno così modo di sfoderare le ultime armi thrash concretiste come il fiatone di Alien, i cicaleggi di qualche mutoide spaziale, la melma acquitrinosa di una tundra desolata, gli spari e le rasoiate di chitarre immolate alla distorsione perenne.
I Pan Sonic ritornano nei bassi imperturbabili di Rattlesnake Shake, mentre l’incubo sabbatico sbuca nuovamente nell’omonima Burned Mind, traccia forse un po’ scontata che rimugina le deflagrazioni vocali di Stabbed in the Face e Reaper’s Song. I interlocutori momenti di silenzio, aprono infine per il rumore bianco di Black Vomit, giocata abilmente sugli echi e le frequenze radio, come se l’astronave, tra le detonazioni del carburante e il comprimersi delle lamiere, stesse ritornando dall’abisso cosmico da dove era venuta.
I Wolf Eyes dimostrano di essere un gruppo dal grande potenziale, che però in questa prova convince solo a metà: a discapito del climax complessivo, viene infatti dato grande spazio agli effettismi e alla brutalità. Quella che in Dead Hills era magia, in Burned Mind rischia spesso di diventare puro autocompiacimento
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