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Cosa c’è oltre il rumore bianco? Dove si può arrivare dopo aver superato la soglia del dolore dell’udito umano? Esiste qualcosa oltre l’inferno? Il secondo album dei Wolf Eyes, primo con Mike Connelly (Hair Police) al posto di Aaron Dilloway, si porta dietro questi interrogativi. E non sono domande da poco. Capire se il più interessante fenomeno del noise americano sia stato un fuoco di paglia dissoltosi in brevissimo tempo dietro una coltre di rumore senza compromessi, oppure rappresenti davvero una nuova strada, un nuovo modo di intendere i suoni più estremi della contemporaneità, ci risultava necessario, come necessario era stato rompersi i timpani per capire dove volessero arrivare dal vivo questi tre yankee del Michigan. Nei Wolf Eyes convivono due anime: una sinceramente punk nell’approccio, violenta e radicale fino allo spasimo, nella quale il rumore non cerca nessun punto d’incontro con il suono; e un’altra più vicina al concetto di musica d’ambiente, sia pure un ambiente estremamente caustico, fatto di incubi infernali ed industriali, un Averno di dolorosi graffi e laceranti ferite. Il bello di Human Animal è proprio questo riuscire a unire due concetti musicali così diversi e a farli convivere in un paesaggio sonoro spaventoso sì, ma anche tanto affascinante.
La discesa agli Inferi comincia lentamente, attraversando il corridoio che conduce all’anticamera dell’Ade: A Million Years, con il suo incedere lento e inesorabile di suoni industrial è una degna introduzione alla catarsi rumorista che sta alla base di tutto l’album. Suoni e silenzi che sfociano nell’elettronica dagli spunti psichedelici della brevissima Lake Of Roaches. Neanche un attimo di respiro tra un brano e l’altro. Un continuum sonoro che conduce, come in un film dell’orrore, direttamente a Rationed Riot, altro capolavoro di ambient-noise ad alta intensità. In un crescendo d’intensità ricompare anche il lato più violento dei Wolf Eyes. La title track, la successiva Rusted Mange e The Driller (pubblicato in anticipo come singolo) sono quanto di più vicino al sound di Burned Mind: feedback ossessivi e percussioni pesanti e minimali a fare da sfondo al culmine dell’orgia sonica, riempita da grida strazianti ed eccessi di ogni genere. Costruito come un racconto Human Animal alterna continuamente attimi di stasi e colpi di scena con una coerenza nelle proporzioni che difficilmente ci saremmo aspettati da campioni dell’esagerazione come loro.
Ci si è quasi abituati al calore delle fiamme infernali quando tutto finisce, lasciando il gelo nelle ossa. Noise Not Music è, già dal titolo, una sorta di manifesto del nuovo noise: immaginate un grindcore elevato a potenza (è possibile? Sì è possibile!) in cui tutto si confonde in un suono che raggiunge l’obiettivo di confondere tutti i parametri musicali possibili e immaginabili. Dopo aver riassaporato la calma e con le orecchie che ancora fischiano, viene da chiedersi ancora una volta, come se fosse una continua domanda senza risposta: e ora, cosa ci sarà dopo? Dove si può arrivare ancora?
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