Recensioni

Io non li ho mai capiti, questi lupi. Inafferrabili e solitari, schivi, ostici: nonostante il pelo si volga al canuto, nonostante gli anni passino inesorabili, e con essi numerose malefatte sonore vengano messe su disco e distribuite – quasi fossero una punizione per ascoltatori poco avvezzi all’apertura mentale (e auricolare) – loro tre (Nate, John e Jim) digrignano i denti, mostrano i canini, e si rifugiano lassù, alle pendici del monte, a tramare nuovi e oscuri sortilegi. Inafferrabili, solitari. Poi, di tanto in tanto (o forse anche troppo spesso), decidono di porre fine alla loro attesa, di acquietare la loro fame, e di scendere a valle per gettare nel panico il villaggio: la loro ultima scorribanda, Undertow, suona già minacciosa dal titolo, e nelle intenzioni si fa grigia, cupa (a partire dall’inintelligibile horror vacui della copertina).
Nei fatti, invece, l’ultima fatica (o delirio, meglio così) dei Wolf Eyes mette sul piatto una cinquina di composizioni che rivolge l’attenzione verso la free-form performativa e compositiva più estrema; vi aspetterete sicuramente fughe free-jazz, o epici crescendo dalle tinte noise: niente di più sbagliato. Undertow gioca le proprie carte cavalcando il destriero sbilenco e sinistro delle vibrazioni droniche, opponendosi all’ascoltatore con un muro impenetrabile di variazioni e onde rumorose che si susseguono ciclicamente, come nell’ossessivo mantra spoken word della title track, che apre le danze in questa sorta di configurazione del dolore – esistenziale e fisico. Undertow suona come un testamento, come l’epitaffio di un povero cristo che sta morendo, il sordo lamento di un malato di colera; ma la sua esasperata sofferenza non ci tocca, non è magnifica nella sua autocommiserazione, in quanto non è assolutamente convincente, nella sua ipocrita e tediosa reiterazione: una traccia come Texas prova a dipingere lo scenario post-apocalittico di un villaggio di pellerossa infestato dai fantasmi degli stessi, e a tratti, chiudendo gli occhi, si possono scorgere immagini crude, reali, terrificanti – un film di Leone filtrato al blu e al verde smeraldo del nucleare. La successiva Empty Island gioca sulla tensione trattenuta di una nenia chitarristica dal vago sapore mediorientale, mentre in superficie emergono a tratti sinistri sibili, strumenti a fiato trafugati dall’antro di chissà quale oscuro stregone, mentre la conclusiva Thirteen prova ad innalzare ulteriormente il livello di creepyness: 13 minuti, appunto, in cui campioni vocali distorti si alternano ai soliti e reiterati suoni da scantinato, dove però non c’è alcuno spettro, a farci sobbalzare – se non lo spettro della noia.
È indubbio che i Wolf Eyes si siano conquistati una compatta nicchia di fedelissimi, partendo dall’oscuro hinterland detroitiano (che sicuramente deve aver avuto una discreta influenza sulle sonorità distorte e malate che li caratterizzano) e dalle varie esperienze musicali che i tre lupacci hanno accumulato – non senza un certo spirito di iperbolico (e a tratti insensato) stakanovismo – nel corso della loro lunga carriera, ed è assolutamente lecito pensare che i musicisti vengano effettivamente spinti dalla bramosia di creare oscuri e contorti connubi – di «creare il caos controllato sul pentagramma», come diceva un certo Stockhausen, che deve pure aver avuto una influenza sui Nostri. Ma pare anche che in questo Undertow lo spirito teso verso la sperimentazione totale si tramuti in mero accessorio, con cui la band legittima i propri capricci compositivi; per quanto nobile sia l’intento, o cervellotica la ricerca del suono, il risultato finale tradisce un sentore di tedio e fastidio che appiattisce irrimediabilmente la fasulla, sconclusionata, magnificente sofferenza a cui il disco dei detroitiani vorrebbe sottoporci.
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