Recensioni

6.5

Era facile scoprirlo per il trailer di Assassin’s Creed Revelations, in cui la sua hit Iron confezionava un’estatsi di videoludica cinematicità. Da allora Woodkid è arrivato oggi al secondo album, proseguendo una carriera eclettica tra musica, moda, grafica e altro ancora. Due dischi (e una colonna sonora) in sette anni, tempistiche che certificano una dimensione quasi da Justin Timberlake, giusto per dire che la musica non è necessariamente un elemento centrale (o almeno non l’unico) nella sua attività. 

Questo S16 è roba buona e molto poco coraggiosa: Woodkid è un furbacchione e giustamente pure un po’ paraculo. Perché ha trovato una sua formuletta molto a fuoco e molto pulita, che lo rende immediatamente riconoscibile e facilmente apprezzabile. La ricetta consiste sostanzialmente nel fare una cosa potenzialmente super mainstream (non dimentichiamoci che ha lavorato a clip di Rihanna, Katy Perry e Lana Del Rey), ma con un approccio – o una patina – molto DIY. Insomma, facciamo pop da classifica, ma senza uscire dalla nostra cameretta. O almeno dando questa impressione. È abbastanza pop da piacere a chiunque, abbastanza pulita da stare dalle parti alte della classifica e abbastanza artistoide da crogiolarsi in una patina intellettuale che la eleva dall’essere pura e semplice carne da cannone per il mainstream. 

Rispetto al precedente The Golden Age questo nuovo lavoro aggiunge poco o nulla. Ci sono le cavalcate in ultra HD a base di epici sintetismi post-tribali (il singolo Goliath, erede di quella Iron che abbiamo già ricordato), e i momenti più intimi con arrangiamenti in crescendo che partono da poco e sfociano in trionfi di archi e fiati (In Your Likeness il brano simbolo di questo corso). Potremmo chiamarlo Zimmer-pop (come ne scrisse il nostro Zagaglia), ponendo la luce sull’innegabile cinematicità della sua proposta. Su tutto, la voce calda e pregna di soulness del protagonista. Ci suona tra le orecchie il frutto di una cosa a tre tra James Blake, Arca e la Katy Perry più scintillante. Eh, c’è anche di peggio.

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