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«Il mio analista dice che traviso i miei ricordi d’infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento, che è un po’ nervoso credo». Così iniziava il capolavoro di Woody Allen, Io e Annie, e in quello stesso distretto giostraio il regista fa ritorno a quarant’anni esatti da quel memorabile lungometraggio che cambiò per sempre non solo i paradigmi del suo cinema, ma gli schemi della consolidata commedia americana. All’amore perduto del film con Diane Keaton fa da contraltare l’amore frainteso o soggiogato de La ruota delle meraviglie, sorta di scherzo beffardo che risponde al nome della vita stessa, ma di cui ognuno cade vittima a seconda delle proprie debolezze. Debolezze che si manifestano in tutti e quattro i personaggi principali: da Ginny, moglie insoddisfatta che sogna i tempi in cui recitava a teatro, a Humpty, marito ex-alcolizzato e senza un briciolo di interesse che oltrepassi la pesca e il baseball; da Caroline, figlia bellissima e ingenua di quest’ultimo, per arrivare a Mickey, bagnino con il sogno un po’ pretenzioso di diventare drammaturgo.

Alla sua 49ª fatica dietro la macchina da presa, Allen non rinuncia alla confezione classica con cui già ci aveva estasiato nell’ultimo Café Society, e non a caso richiama in servizio il direttore della fotografia Vittorio Storaro, per dipingere un affresco esemplare su passioni, dubbi e illusioni umane, da sempre i temi più frequentati dal cineasta newyorchese. L’ambientazione e la ricostruzione fiabesca di Coney Island è essenziale affinché l’artificio cinematografico mantenga una sua personalissima coerenza, che non ha mai la pretesa di sostituirsi alla realtà. Allen, così facendo, non rinuncia ai modelli archetipici del suo cinema e – con un piglio meno divertito del solito – tratteggia un’umanità miserabile e incapace di abbracciare la sconfitta e l’errore come parte della vita stessa. Pur non condannando mai apertamente i suoi personaggi principali – e sta qui forse il rammarico più grande – il regista, tuttavia, non risparmia nessuno dall’inevitabile giudizio dello spettatore, il quale, affascinato e infine disgustato dall’evoluzione comportamentale di ogni singolo corpo in campo, si ritroverà in mano con una lezione morale che inevitabilmente rimanda l’appuntamento al suo prossimo film .

La scintillante e dorata Los Angeles cede qui il passo a una spiaggia dall’altra parte della costa che vive dei bagliori rossastri e bluastri della ruota panoramica che dà il titolo alla pellicola. Il lavoro di Storaro, quindi, non è più solo descrittivo, ma entra prepotentemente nella narrazione, suggerendo lo stato d’animo stesso dei protagonisti e, quindi, anticipando le loro mosse. Come i personaggi da lui scritti e filmati, Allen stesso è vittima di un vortice infinito che lo sbalza ora nella terra della speranza – un posto forse irreale ma confortevole, in cui i malvagi soccombono e i puri sognano (Irrational Man, Café Society) – ora nel girone peggiore dell’inferno – dove niente e nessuno potrà mai liberare le anime perse dalla loro stessa follia (Blue Jasmine e questo La ruota delle meraviglie).

In questo suo ultimo tentativo di esorcizzare le sue paure più grandi, tuttavia, a mancare è proprio un’ulteriore dimensione narrativa che non riconduca ai soliti schemi pre-confezionati (anche se si tratta di una confezione eccellente). Forse, solo nelle fiamme finali scatenate dalla furia incomprensibile e silenziosa di Richie, il figlio di Ginny, è possibile scorgere un pessimismo perfino più profondo e letale di quello che dettava il tono e il senso di Crimini e misfatti. O forse è l’ennesimo sberleffo di un regista che, a 82 anni suonati, continua – nonostante alti e bassi –  a regalare al pubblico grande cinema e a godersi la sua meritata seconda (o terza) giovinezza.

16 Dicembre 2017
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