Cult Movie

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Una delle caratteristiche più evidenti di Allen come autore, soprattutto negli anni in cui uscì Radio Days, è il fatto che i suoi film siano assolutamente “riconoscibili” attraverso alcuni temi ricorrenti (infanzia, famiglia, ebraicità, legami sentimentali, etica) ma nello stesso tempo anche estremamente diversi fra loro, restii ad una identificazione. Radio Days esce nel 1987, l’anno di un altro film, Settembre. Il primo è uno sketch-book alla maniera dei film degli esordi (Prendi i soldi e scappaBananas) interamente basato su una serie di quadri comici ambientati fra i ‘30 e i ’40 che rimandano ad un’infanzia semi-autobiografica in cui una famiglia ebraica e il mondo dello show-biz si confrontano sullo sfondo del denominatore comune della radio. Il tutto raccordato dalla voice-over dello stesso Allen che tiene uniti i vari jokes. C’è la coppia dei genitori di Little Joe, il bambino che impersona il narratore/Allen, gli zii, la cugina, i vicini e poi c’è anche il mondo delle radiostar o degli aspiranti tali, tratteggiato con uguale ironia e accondiscendenza.

Settembre, invece, appartiene al registro serio, europeo, alla pari di Interiors,Stardust Memories o Hannah, dove la psicanalisi e le nevrosi della borghesia trovano pieno spazio. Probabilmente questa eterogeneità veniva interpretata in senso “classista” dalla critica anni ‘80 come spia del desiderio di Allen di affrancarsi dalla dimensione ghettizzante dell’ebraicità e assecondare la dominante prospettiva WASP. Dilemma irrisolvibile. Comunque sia esistono anche numerose somiglianze. Ho già accennato all’assoluta mancanza di struttura di Radio Days, come compendio di gags e di snapshots tipico dei film d’esordio. Inoltre il parallelo tra l’ordinaria vita reale, quotidiana e l’immaginario mondo degli eroi dello spettacolo che Allen costruisce nel film era già entrato in scena con La rosa purpurea del Cairo, soprattutto, e ritornerà anche più avanti, nonostante possa sembrare un segno tipico dell’epoca Mia Farrow (gli anni ‘80, appunto). 

Nel caso di Radio Days la mescolanza di realtà e fantasia, di vita e racconto che Allen ha particolarmente a cuore ruota attorno al leitmotiv di un medium molto particolare: la radio. Come il cinema o la tv, la radio riesce a produrre un mondo idealizzato popolato da dei e divine, elargendo guide morali, consolazioni spirituali e, soprattutto, un gran carico di supporto emotivo e immaginifico. Niente di più facile, quindi, che costruire la relazione stretta tra realtà e immaginazione proprio su quel medium che isolando uno stimolo, quello visivo, consente all’ascoltatore quel tripudio d’immaginazione che gli fa confondere vita e fantasia. Il molto discusso (e discutibile) McLuhan diceva che la radio tocca intimamente e personalmente ogni individuo al punto da spingerlo a sentirsi escluso dall’ambiente circostante e inserito nel contesto “raccontato” dalla radio. Questa continua sollecitazione uditiva è molto più potente dello stimolo visivo offerto dall’ambiente e crea un effetto “tribalizzante” sull’ascoltatore ovvero alimenta in lui uno spirito collettivo. Il potere della radio è tanto più grande nella misura in cui questa esperienza di gruppo è ben lungi dall’essere omogeneizzante; anzi, la radio crea un insaziabile gusto paesano per il pettegolezzo, le storie di quartiere, le memorie locali.

La centralità di questo medium in Radio Daysspiega anche come mai ci sia un certo rigore, in questo film, riguardo alla dimensione uditiva: la musica principalmente ma anche la voice-over e, cosa ancor più interessante, la ricerca di un contrasto fra la dimensione sonora e quella visiva. Allen sceglie, cioè, di concentrare tutte le potenzialità del film sulla relazione orale e sul fenomeno del racconto per poi completare lo stimolo uditivo con l’immagine. La cosa è evidente, per esempio, in tutta una serie di relazioni strette e studiate tra le situazioni raccontate e il commento musicale: Dancing in the Dark per la sequenza buia iniziale dei ladri o le note di September Songdi Weill per la prima visione di Rockaway, la sottile striscia di terra nella periferia di New York City dove vive la famiglia o la gag dell’uomo di neve dotato di attributi commentato dalla canzone Pistol Packin’ Mamache suona una strofa: “lay that pistol down…” e molte altre in cui, invece, l’informazione sonora e quella visiva fanno a botte: il Vendicatore Mascherato, il personaggio della radio che Little Joe ama di più, ha una voce e un piglio che fanno pensare a un misto fra Superman e Cary Grant mentre il suo volto e la sua figura ci fanno rimpiangere l’anonimato. Non è un caso nemmeno che la cosa più importante in questo film sia la voce over di Allen che aiuta la continuità del film e lo rende decisamente più ricco implicando tutte le successive e classiche ossessioni autoriali: insicurezza sessuale, devozione e amore per gli eroi della cultura popolare. 

Questo contrasto audio/video, tra l’altro, ci porta ad un’altra considerazione sul carattere fumettistico e “a macchietta” dei personaggi: non c’è evoluzione nel film per nessuno di essi. La ricerca dell’uomo giusto da parte della bizzarra e un po’ svampita zia Bea (in lingua originale suona bi, il che rimanda ad un amletico to be or not to beche è proprio il grande problema della zia) rimane praticamente statica; così come tutti gli altri personaggi che rimangono figure fumettistiche e satiriche il cui scopo principale è tratteggiare una visione d’insieme, corale sullo show-biz e sul suo ruolo nella cultura americana. Nessuna continuità narrativa, quindi ma sicuramente una continuità emotiva che segue gli up and down dei genitori, le loro memorabili discussioni sulla vastità degli oceani, i pochi momenti di dolcezza sempre descritti attraverso le canzoni e i programmi radiofonici: la cugina ama il cantante confidenziale, lo zio è un fanatico del programma sportivo, sua moglie del ventriloquo (alla radio!), la zia zitella ascolta solo la musica in voga, fashioned, come la conga, i genitori il talk-show di Abercrombie sui problemi famigliari, tutti ascoltano i sussiegosi e piuttosto impettiti Irene Draper & Roger Daly e infine c’è Little Joe che adora il Vendicatore Mascherato.

In un certo senso questo medium diviene nel film una sorta di nuovo idolo, oggetto di reverenza e culto (è l’oppio delle masse…): fornisce illusioni e comporta un atto di fede, il che spiega come per esempio, la zia Ceil possa credere che sia veramente di un ventriloquo la voce che sta ascoltando. Per tutti (vedi episodio dello zio Abe o di Little Joe col rabbino) la radio finisce col rappresentare una forma di secolarizzazione della prospettiva etnica e religiosa in una poco edificante consacrazione alla cultura pop. Allen, del resto, è sempre stato alquanto ambiguo nei confronti della religione ebraica, abbracciata, certo, nel suo aspetto etico (ed etnico) ma pur sempre fonte di dubbi. Il mondo è un posto freddo e inospitale dove vige un’assurda distribuzione del castigo e del perdono che non ha nulla di logico e manca totalmente di un principio etico (daCrimini e misfatti a Match Point una serie di esempi).

Il senso più autentico del film è nella scena finale sul tetto durante la notte del Capodanno, in cui tutte le aspirazioni e i desideri (raggiunti o no non importa) vengono ricollocati nella giusta prospettiva. In un clima malinconico e invernale le radio stars si chiedono: Le generazioni future si ricorderanno di noi? Tutto passa non importa quanto siamo importanti nelle loro vite”. La famiglia, invece, si riunisce nella solita casa sgangherata e, anche se non può godere di una coppa di champagne al Copacabana e deve accontentarsi del banale ginger ale, sa che il calore della casa di Rockaway può bastare a riscaldare il loro cuore dalla paura della fine di tutto.

16 Dicembre 2007
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