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Da troppo tempo a questa parte la domanda che sorge spontanea ad ogni nuovo film diWoody Allen è “Perchè?”. Vero e proprio genio della sceneggiatura, della costruzione del personaggio, della messa in scena comica, Allen pare ormai votato ad un cinema superfluo, incapace di lasciare il segno, con una prolificità esagerata (ma questa non è una novità) che lascia sempre più l’amaro in bocca. Per rinfrescare il proprio vivaio, da qualche tempo Woody frequenta l’Europa, terra da sempre amante delle sue pellicole molto più che oltreoceano, ed in essa cerca nuova linfa vitale per idee ed ambientazioni. O almeno così dice in giro. La realtà risulta invece ben poco interessante e soprattutto ben poco “nuova”.

Se già il recente trittico londinese lasciava, al di là della pur talvolta invitante confezione, piuttosto interdetti, questo nuovo Vicky Cristina Barcelona, pur essendo con buone probabilità l’episodio formalmente migliore della trasferta nel vecchio continente, porta anche a sperare nella sconsolata possibilità che il Nostro faccia presto ritorno nell’amata Manhattan. Quello è il suo ambiente, la sua tana sicura, conosciuta e confortante. Prevedibile, certamente, ma sempre tanto accogliente da sapergli perdonare anche le più tediose cadute di stile. Ma in Europa no. Non quando ci si ritrova costretti a cavalcare tutti i possibili stereotipi, non solo nazionali ma anche umani. Così ci avventuriamo a seguire le poco ardimentose gesta di Vicky, Cristina e Barcelona: tre protagoniste di un viaggio sotto sedativo che lascia ben poco spazio alla sorpresa.

Vicky è la tipica ragazza seria, con la testa sulle spalle, che viaggia ma non vuole rischiare, che crede nell’amore matrimoniale e che ovviamente cambierà idea dopo dieci minuti.

Cristina è la tipica svampita, l’amante della vita spericolata, la bambola in cerca dell’emozione e preda dell’eterna insoddisfazione di chi non sa cosa vuole anche quando pensa di averlo capito.

Barcelona è la tipica città che possiamo immaginare su di una cartolina: spiagge, arpeggi di chitarra ovunque, squilibrate donne calienti e machi in perenne calore. Ogni tanto, ovviamente, un museo, per ricordare che si tratta pur sempre di un film di Woody Allen. Ma è l’eccezione che conferma la regola del luogo comune.

Lasciate da parte le ossessioni per i delitti e i castighi – già perfezionati ai tempi di Crimini e Misfatti – dei poco convincenti Match Point e Cassandra’s Dream (Sogni e delitti), Allen torna quindi ad incentrare tutta la scena intorno ad un ritratto: quello della donna, già protagonista assoluta delle sue opere più bergmaniane. Ma in quei film – Interiors,Un’altra donnaHannah e le sue sorelle, per citarne i migliori – lo spirito sommesso era direttamente funzionale ad una malinconia che trovava l’intensità in poche inquadrature, sguardi e parole scelte con cura. Ora invece ci tocca fare i conti con una messa in scena priva di nerbo e la ricerca di quel frizzante-ma-con-garbo che al massimo potremmo attenderci dalla più scialba commedia francese. Se una volta bastavano poche battute e situazioni per raggiungere la vera tridimensionalità del personaggio, ora invece pare non basti più neanche un’ora e mezza.

E allora ecco pronta la scorciatoia del cosiddetto “scandalo”. Piccole parentesi pruriginose molto più soddisfacenti per il regista che lo spettatore; funzionali più per le orecchie del pettegolezzo che per una sceneggiatura già fin troppo blanda, sfociando in un costruitissimo ménage a tròis fra divi patinati che, al di là delle evidenti doti fisiche e attoriali dei sempre ottimi Penelope Cruz e Javier Bardem, stuzzica al massimo il dormiveglia.

Esattamente come Vicky e Cristina, di ritorno dal loro viaggio senza che nulla sia effettivamente cambiato nella loro insoddisfazione piccolo-borghese, Allen tornerà a New York con la coda tra le gambe, con la superficialità di chi quelle città le ha viste ma non le ha vissute se non lungo i tragitti delle gite organizzate. L’opera di un regista in vacanza, per cui non è difficile immaginare il nostro buffo vecchierello in tenuta da turista, macchina fotografica al collo, che cerca il tramonto sul mare, il ristorante tipico, l’aneddoto indigeno, ma purtroppo incapace di coglierne e trasmetterne l’essenza se non tramite qualche sfocata diapositiva.

16 Novembre 2008
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