Recensioni

A circa metà pellicola c’è una sequenza emblematica che riassume in pochi scambi di battute quello che è il senso ultimo di La mia vita con John F. Donovan, settima regia per l’enfant prodige canadese Xavier Dolan e suo esordio in lingua inglese: la giornalista Audrey Newhouse etichetta rapidamente il servizio su Rupert, attore e scrittore del libro di memorie del compianto John F. Donovan, come un «first world problem», un capriccio della classe privilegiata, essendo la giornalista conscia della gravità dei problemi che affliggono il mondo e di cui si occupa in prima persona, salvo poi dover sostituire al volo una collega per occuparsi in definitiva di varietà e gossip sullo scenario hollywoodiano. La risposta di Rupert – il quale afferma non senza qualche esitazione che la sua è una storia di rivalsa, in grado di suscitare la reazione di tutta quella gente che anche solo per un momento si è sentita oppressa nella vita per una serie di problemi legati alla autoconsapevolezza di sé – vorrebbe quindi essere paradigmatica per l’intera pellicola, anzi è il modo in cui Dolan giustifica l’esistenza stessa di quest’ultima travagliata fatica, mancando ripetutamente il bersaglio e costruendo il suo gioco narrativo e ipertestuale su una base evidentemente troppo fragile per reggere un impianto dagli obiettivi così edificanti, sconfinando in maniera consapevole nella pretenziosità.
Già questo scambio di battute tra intervistatrice e intervistato basterebbe a irritare buona parte della critica, sentitasi tirare in causa e tacciata di poca propensione al mestiere, quando chiunque sa bene quanto la versatilità e la duttilità in campo lavorativo stia condizionando il nostro tempo, anche da parte dei professionisti del settore. Ma senza fermarci a queste banalità, è proprio il film a non decollare praticamente mai; vessato da problemi produttivi riscontrati già prima dell’inizio delle riprese – con il copione scritto e riscritto nel corso di più anni – e poi continuati anche in fase di post-produzione – con il taglio di tutta la macro-sequenza narrativa che coinvolgeva il personaggio di Jessica Chastain – era chiaro che le speranze di successo di La mia vita con John F. Donovan sarebbero state da rintracciare nell’abilità di Dolan di manipolare il montaggio delle scene a sua disposizione.
Quello definitivo, mostrato infine al Toronto International Film Festival e uscito solo nelle sale francesi lo scorso marzo (l’Italia è l’unico altro paese in cui la pellicola ha trovato una distribuzione, stando ai dati di IMDb), svela l’inganno che La mia vita con John F. Donovan vorrebbe celare nelle intenzioni allo spettatore: il film non esiste. L’impalcatura melodrammatica dovrebbe essere sorretta dallo scambio epistolare tra una emergente star di hollywood e un bambino di sei anni, protrattasi per più di cinque anni, ma la sceneggiatura non fa nulla per giustificare questa premessa: la non-credibilità della vicenda viene tirata in ballo parecchie volte senza mai essere approfondita adeguatamente, non vediamo (quasi) mai i due scrivere concretamente qualche passaggio, e quando la vicenda diviene di dominio pubblico la discesa di Donovan è fin troppo repentina e programmatica per non sembrare posticcia e, peggio, anche edulcorata (i sospetti di abusi aleggiano su tutto lo scenario, ma è un aspetto che viene suggerito quasi a livello inconscio). La messa in scena, come sempre patinatissima con Dolan – un aspetto che può piacere oppure no, dipende dal gusto estetico di ognuno – stavolta risulta eccessivamente fine a se stessa, non essendo sostenuta come nei suoi lavori precedenti (compreso il già saturo È solo la fine del mondo) da un impianto melodrammatico altrettanto forte. Come se il regista, conscio del fatto di dover riassumere e tradurre la sua personale poetica al pubblico americano, abbia operato una sorta di vademecum dolaniano ritortosi contro il proprio autore.
In La mia vita con John F. Donovan Xavier Dolan pare infatti la caricatura di se stesso: anche la potenza un tempo cristallina e autentica dei suoi dialoghi viene snaturata da situazioni ai limiti del patetismo, in cui anche attori di razza come Susan Sarandon, Kathy Bates e Michael Gambon appaiono spaesati e increduli di dover recitare. Un disastro completo che speriamo serva al regista per riprendere le fila di un discorso il quale, al di là delle evidenti ripetizioni, si era sempre mantenuto su binari interessanti e mai superficiali.
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