Recensioni

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La dimensione breve e vagamente carbonara dell’ep contribuiva ad iniettare d’aspettativa la cospirazione YYY ben oltre l’effettivo potenziale, come ci conferma il debutto su lunga distanza Fever To Tell, in cui l’unico elemento di novità è rappresentato da certe riuscite rarefazioni (la conclusiva Modern Romance, piena di barbagli chitarristici in reverse, come una visione avariata degli Yo La Tengo) e dalla fumosa deriva dub in cui si stempera No No No.

Il resto è ben noto, ovvero fa già parte di quella fama che – in obbedienza ai dettami dell’hype – li precede: tempi serrati dalla beffarda efferatezza, nervi scoperti tra gridolini, sventagliate di corde e clap-hand (Black Tongue), percussionismo stradaiolo su riffettino al mercurio (Rich, oppure la trepida Maps), torridi bluesoni in odor d’anfetamina (Cold Light), funk apocalittici (Man, illuminata da un hammond abrasivo) oppure certe ibridazioni hard-dance che riecheggiano il teorema Liars (Date With Night, l’alto voltaggio post-wave di Y Control o la piuttosto pixiesana Tick).

La formula è senza dubbio efficace, eppure sempre un passo troppo indietro, in un limbo di fastidiosa incompiutezza e carenza di intuizioni genuine, quasi fosse un frutto da mordere finché si è in tempo, prima che il treno dei desideri pianifichi altrove le direttrici e le fermate. L’istantanea insomma di un tempo e di un mo(n)do che ha il fiato troppo corto, forse ancora troppo impaurito, intimidito, traumatizzato per volersi messaggio (e messaggero) davvero scandaloso, eclatante, irreversibile. Che quindi non trova opportuno accontentarsi di qualche sfaccettatura, non percorre tutta la superficie del prisma e – quel che è peggio – ignora le implicazioni della profondità.

Detta altrimenti, siamo poco oltre il puro e semplice “fun”, non sono previste conseguenze o effetti collaterali, e può starmi pure bene. Se non fosse che ogni gioco dura quel che sappiamo.

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