Recensioni

Non ha certo bisogno di particolari presentazioni lo storico trio ascrivibile alla voce Yo La Tengo e composto da Ira Kaplan, Georgia Hubley e James McNew. Un’idea di suono più che una semplice band, giunta a tagliare quasi il traguardo dei trentacinque anni di attività. Un tempo lungo, dilatato e riempito da pietre miliari che hanno consentito all’ensemble indie-rock statunitense di assurgere a band di culto pur concedendosi parentesi meno lucide e, se volete, convincenti, come le lungaggini e i troppi giri a vuoto avvertiti in dischi come Popular Songs e I’m Not Afraid Of You… giusto per citarne un paio.
A cinque anni di distanza da Fade, Kaplan e soci tornano con un disco che ha come riferimento quell’opera (omonima) vorticosa e spregiudicata a firma Sly & The Family Stone, There’s a Riot Going On (1971). Ma cosa c’entra l’oscuro funk degli Sly con la nuova prova dei Yo La Tengo? Assolutamente nulla, è questa la notizia che ovviamente non fa notizia. Chi si aspettava di scuotere i fianchi una volta schiacciato il tasto play dovrà ricredersi. I riferimenti ci sono, ma restano tematici. I due dischi hanno infatti in comune quella incontrovertibile voglia di ribellarsi e combattere dall’interno un periodo storico in cui è difficile riconoscersi, pur trattandosi di spinte e momenti storici asimmetrici, e qui metabolizzati con sonorità differenti e risvolti stilistici completamente opposti. Da una parte gli orrori del conflitto vietnamita, dall’altra l’America che sogna di diventare «great again» sotto la guida di un Donald Trump che – nell’ultimo biennio – ha nuovamente infiammato il dibattito sul ruolo degli Stati Uniti e del mondo occidentale nella politica internazionale.
Il terzetto originario di Hoboken non si è tirato indietro e ha provato a suo modo ad opporsi alla «confusione e a all’ansia di quest’epoca». Niente chitarre arrembanti, di quelle sentite in gemme come May I Sing with Me, ma una produzione che viene fuori di soppiatto, scissa tra ritmi sognanti (Dream Dream Away) e sonnambule ballate (Let’s Do it Wrong). Un canovaccio tipizzato, rodato e che i Nostri sono abili ad imbastire per la gioia di nostalgici di un certo modo di “fare” indie-rock: colori tenui, basse frequenze e sonorità che prendono alla gola più che ai fianchi (l’ottima For You Too), concedendo spazi a sperimentalismi in salsa ambient (Shortwave) o in chiave bossa nova in Polynesia e Esportes Casual, fino ad episodi meno godibili come Out of the Pool. Tutto si muove su un filo sottilissimo ed appena avvertibile: è musica liquida, trasformista, con tracce che – nello sviscerare la scaletta – sembrano essere estremamente distanti l’una dall’altra. Nonostante i molti cali di tensione, però, questo degli Yo La Tengo non è un disco arreso ed è come se volessero urlare sommessamente «C’è una rivolta in corso e combattiamo con le uniche armi che conosciamo e siamo in grado di maneggiare: la musica ed un’accentuata emotività». Un disco lontano dai vecchi fasti della band ma comunque un ottimo modo per farci sentire ancora la loro rassicurante presenza.
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