• mar
    05
    2013

Album

Fat Possum

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Boise, Idaho. Toponomastica particolare, dato che il nome dello stato pare essere il frutto della smisurata fantasia del lobbysta George M. Willing, in grado di far credere a tutti che il significato, mutuato dalla lingua di una tribù indiana locale, fosse “perla delle montagne”. Un’invenzione bizzarra che riscosse però così tanto successo che, dopo le prime titubanze, tutti decisero di accettare di buon grado. Fantasioso e bizzarro in ugual misura è anche il polistrumentista factotum Trevor Powers, in arte Youth Lagoon, che nella capitale dello stato dell’area nord-occidentale degli Stati Uniti vi è nato e risiede.

Salito alla ribalta nel 2011 con The Year Of Hibernation, manifestobedroom-pop sull’onda di quell’Hospice che fece un po’ scuola ovunque in quel periodo, torna ora con Wondrous Bughouse e l’aggiunta di una tavolozza di colori molto più ampia. L’imprinting dato al mondo musicale dagli innumerevoli acts sviluppatisi negli ultimi anni, che fanno delle derive psych e neo-psych il proprio cavallo di battaglia, ha contagiato anche Powers, indirizzandolo verso la scelta di abbandonare, almeno in parte, l’approccio storytelling dell’esordio – che pare caro invece, di recente, al fratello quasi gemello d’oltreoceano Deptford Goth – a favore di caleidoscopiche stratificazioni e rumorismi reiterati che finiscono spesso per appesantire il risultato finale.

È soprattutto la prima metà di Wondrous Bughouse a soffrire della problematica sopra elencata, con l’openerThrough Mind And Back a tracciare la via con due minuti e mezzo di dissonanze, effetti, riverberi e rumori che tendono più ad infastidire che a risultare piacevoli. La stessa sensazione è data dal valzer semi-strumentale di Attic Doctor, un brano che introduce giocose divagazioni in stile Animal Collective che si ripercuotono poi anche nei ricorsivi viaggi interiori di The Bath e nel gigioneggiare psych-ambient di Pelican Man. Tanta carne al fuoco, ma poca incisività, con il risultato che tutti i primi venticinque minuti si trascinano davvero faticosamente e la sola (bella) Mute – peraltro unico vero esempio di forma-canzone – fa capire quale dovrebbe essere la strada da seguire per contemperare la vena sperimentatrice tout-court con la capacità di non perdere per strada la narrazione.

Ci pensa Dropla però, con il suo scampanellare scintillante e quello strizzare l’occhio costante agli Antlers, a risvegliare dal mezzo torpore e introdurre l’altra faccia della medaglia del disco, una parte che raggiunge poi nel finale le vette più elevate. L’accoppiata Third Dystopia e Raspberry Cane è bella da spezzare il fiato con la drum machine che lascia il posto a una vera e propria batteria, la voce un po’ nasale di Powers che affiora avvolgente dalla risacca di riverberi e i consueti synth scintillanti a ridisegnare e dipingere i contorni. È forse un po’ troppo tardi, però, per riuscire a riparare totalmente i danni e, in conclusione, la sensazione è di un’opera riuscita a metà, come se la fantasia degli abitanti dell’Idaho avesse fatto meglio a lasciar posto, per una volta, a una maggiore concretezza.

10 aprile 2013
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