Recensioni

Che l’Ypsigrock fosse tra i festival più interessanti dell’intera penisola, ce ne eravamo accorti già negli anni passati, quando tra nomi del calibro di Primal Scream, Gang Of Four, Stephen Malkmus, comparivano qua e là band che avrebbero da lì a poco oltrepassato i confini della nicchia: These New Puritans, Esben & The Witch e soprattutto Django Django e Alt-J. Questo succede quando si parla di lungimiranza e di lucidità nel buttare lo sguardo sulle realtà più interessanti in circolazione, magari non temendo di andare a cercare al di là dell’oceano o del mar Baltico. A scapito di una line up forse meno accattivante rispetto alle edizioni precedenti, l’Ypsigrock 2013 ha comunque riservato sorprese e non poche emozioni. Ma bisogna andare con ordine. E soprattutto non tralasciare alcuni aspetti meno celebrativi, che scoperchiano il vaso non del tutto roseo dell’organizzazione pratica del festival.
9 Agosto
Il meteo prima di tutto. Ok, risparmiamo pure i filosofismi e la morale, facciamo finanche uno sforzo nel comprendere che, si sa, in Sicilia non piove mai, tanto da rendere la provincia di Palermo (Cefalù e Castelbuono compresi), la cosa più vicina all’Indio di Coachelliana memoria che ci sia sulla nostra penisola, ma viene da chiedersi quale sforzo o insuperabile barriera abbia impedito a chi organizzava di fare un po’ di zapping sui siti di previsioni del tempo. Ovunque sarebbe apparsa la stessa monotona e funesta premonizione: pioggia. Occorreva andare ai ripari, armarsi di buona volontà (e qualche soldino in più) e preparare un bel palco coperto per permettere agli artisti (almeno a loro) di non bagnarsi ed eseguire il loro show. Così non è stato. Disorganizzazione o altro, ai posteri l’ardua sentenza.
La potenza piovana si abbatte sui colli del parco delle Madonie intorno alle 19 e il suo lento e coinvolgente monologo durerà, con qualche pausa, per tutta la serata. La pioggia, sarà lei l’headliner della prima serata di Ypsigrock 2013. Coglie tutti impreparati. Chi si rifugia sotto gli stretti balconcini del paesino, chi torna in macchina, pochi coraggiosi la affrontano a viso aperto, alcuni sfoggiano dei K-Way di fortuna, la maggior parte ripiega nell’unico bar/pub/free wi-fi del paesello a prendere d’assalto arancine al burro e pitoni prosciutto e mozzarella. Nonostante si cerchi di prenderla con filosofia, il clima rimane teso. Nulla si sa sul prosieguo della serata, se un prosieguo ci sarà. Si pensa alla mattinata che era trascorsa nelle acque limpide di Cefalù giocando a racchettoni, alla sera prima quando l’Ypsicamping già si popolava dei primi avventori ignari del fango, della pioggia e dell’umidità che Madre Natura avrebbe riservato loro. Poche cose sono chiare, cristalline: 1. Non può piovere per sempre; 2. Se dovesse piovere per sempre, noi ci mettiamo la faccia e facciamo vedere che questo concerto s’ha da fa; 3. Se nella line up della prima serata ci sono certi Shout Out Louds, non puoi mica aspettarti che si demorda così facilmente. Quasi come un segnale divino, il corso principale – quello che culmina con il Castello dei Ventimiglia, maestoso, d’epoca ibrida, fra il normanno e l’arabo – si popola di timide figure con ombrello che necessitano di conoscere il futuro della serata. E il futuro è già nostalgia, dicono i braccialetti degli abbonati alla tre giorni.
Si entra e la serata che rischiava di essere un disastroso “canceled” o “postponed”, si trasforma in una cartolina da conservare fra quelle più preziose di questi diciannove anni di Ypsigrock. Saltati gli Youarehere (per ragioni tempistiche), ecco gli Efterklang: li abbiamo incontrati e ci hanno raccontato di orsi polari, guardie russe e città fantasma nel mezzo del nulla. Casper (nomen omen – e passateci la terribile battuta) sale col bicchiere in mano, elegantissimo, in giacca e papillon. Il suono è limpidissimo, stabile, intellettualizzato e interiorizzato dalla voce calda del cantastorie danese, pronto – all’occorrenza – a duettare con la bella tastierista in un miscuglio di elettronica e natura, di quella fredda e immobile della Scandinavia. E cosa migliore non può succedere a inizio festival, con qualche gocciolina che ancora si infrange sui tamburi della batteria e qualche timoroso che retrocede verso il gazebo delle birre per coprirsi. Piramida, l’opera complessa e compatta degli Efterklang, è eseguita con equilibrio e dedizione. Si possono (ma non si potrà per tutte le esibizioni, anzi…) utilizzare termini come “perfezione” e sinonimi. Perché questa è una signora band, che dal vivo sublima le proprie caratteristiche e fa dell’ordinato sentimentalismo il suo punto di forza. Ipnotica.
I sogni durano il tempo di una notte. E le notti scandinave, si sa, a volte sono più brevi delle nostre. La pioggia canaglia torna sul palco e anche i teloni in plastica danno lavoro da svolgere ai ragazzi dell’organizzazione. Si fa quel che si può e piazza Castello sembra una fisarmonica: si riempie e si sgonfia a seconda dell’acqua. Ma la band che sta per suonare ha bisogno di poche cose: sudore, rabbia, un pubblico dedicato e un telo per coprire gli amplificatori. Così, gli Shout Out Louds regalano il ricordo più bello di Ypsigrock 2013. Un’ora e venti di show sotto una pioggia che ad ogni accordo si fa più intensa, ad ogni riff ti penetra in profondità nelle ossa. Non per attaccarsi, però, ma per scuotere il brivido e trasformarlo in energia, per ricordare ai fighetti che siamo diventati che il rock & roll è tutta altra cosa: il rock & roll è questa cosa qui, guardarsi in faccia tutti fradici e riconoscersi. Gli Shout Out Louds non sono e non saranno mai la band della vita. Né su disco, né live. Ma succede che a tutti capiti il momento di gloria e la pioggia che rimbalza sui piatti della batteria, Olenius in mezzo al pubblico, la Bebban in versione miss maglietta bagnata, rendono il live indimenticabile.
Peccato non si possa dire lo stesso dei Drums, che già al Covo di Bologna avevano lasciato l’amaro in bocca ai paganti (il concerto fu un memorabile sold out). Gli americani, incensati dalla stampa inglese come i nuovi Smiths all’epoca del pieno revivalismo indie surf (2009), hanno mostrato, da Portamento in poi, di essere un fuoco di paglia, una meteora destinata ad essere ricordata per quella canzone che viene suonata in ogni indie club che si rispetti. E questo soprattutto per una ragione: la piattezza del live. Un live che se in un club poteva salvarsi grazie al clima raccolto, nell’aria siciliana va in fumo.
10 Agosto
La giornata è destinata ad essere ricordata, e non per la pioggia che comunque non tarderà a presentarsi sul Main Stage nelle ore che interessano i concerti (e solo in quelle!). Ypsigrock inaugura un nuovo spazio, un nuovo palcoscenico, l’Ypsi & Love Stage nel chiostro di San Francesco, suggestiva cornice trecentesca che ospita i concerti pomeridiani su un prato sintetico che farebbe sperare nella tenuta del meteo, non fosse per quei nuvoloni minacciosi che si riflettono sulle pozzanghere della sera prima. A inaugurare l’Ypsi & Love Stage i palermitani Black Eyed Dog sotto i quali si stende l’ombra di un Nick Drake “elettronicizzato” à la Depeche Mode. Subito dopo spunta quel profilo barbuto di Daniel Woolhouse, che in arte fa Deptford Goth. Seduto, un po’ timido, sicuramente impacciato, ha l’aplomb di un Bill Murray musicista. Condisce i suoi loop con la voce equilibrata, senza scossoni. Il pubblico rumoreggia un po’ troppo sotto le arcate che riforniscono birre economiche, forse poco appassionati alla grazia soul di Daniel, che si scusa ogni volta che il microfono fischia. Come un James Blake più pop, un XX più folk, Life After Defo ci è parsa una delle opere più interessanti di questa prima parte del 2013. E il live conferma l’intuizione. Manca un po’ di carisma, ma i suoni sono giustissimi.
C’è una discesa ripida per arrivare dall’Ypsi & Love al Castello. Lungo di essa, le sedie degli anziani castelbuonesi appoggiate alla pietra bianca. Chissà cosa passa loro per la testa, nel vedere una città di novemila abitanti e poco più di 60 chilometri quadrati di estensione diventare il centro nevralgico della musica suonata. Almeno nel Meridione. Dopo la discesa, ci aspettiamo sempre una salita. E invece arriva la solita pioggia. I ripari sono i soliti, solo che compaiono di gran classe i venditori di ombrelli, che in un’ora soltanto guadagnano più di quanto guadagneremmo noi in un mese di lavoro sfaticato. Sotto l’ombrello non si teme nemmeno di affrontate le delizie gastronomiche di Fiasconaro, presso il quale puoi scordarti di fare meno di mezzora di fila. Ma per il pistacchio ne vale la pena. La gola ci ha tratto in inganno, perché, mischiata col clima ancora altalenante, ci ha fatto perdere gli Youarehere (postponed dalla sera prima) e gli Omosumo.
Le cose cambiano quando, sul Main Stage sale un piccolo uomo (appena un metro e sessanta) di Manchester, che sogna di restituire prestigio al clubbing dell’ex capitale della musica. Intriso di post-dubstep e di un certo melodismo chill, Holy Other è veramente la sorpresa di questo festival. Riesce a tenere atmosfere giocate su beat sottilissimi, senza chiudersi mai totalmente al post witch. È più introspettivo e riservato rispetto ai compagni di etichetta oOoOO e How To Dress Well, è più ritmico del blasonato Blake, ha un disco che contiene piccoli regali ambient house come la titletrack Held, U Now e Tense Past. Catartico.
Sono certamente i Suuns gli headliner della serata. E hanno il live più controverso. Chi inneggia al capolavoro, chi li vitupera, chi preferisce tornare al Cycas a rifornirsi di granita al limone corretta con vodka. Il disco prima di tutto: Images Du Futur è, a parer nostro, l’album più delicato e avvincente della band canadese. Innanzitutto per le tempistiche. Studiato e lavorato in due anni di lotte e proteste nel Canada francese, il disco si presta a una multiforme lettura: è art pop, è elettronico, è post-punk e post-hop insieme. Le critiche parlano di una certa dipendenza dai Clinic d’annata, ma ben venga. Il live è una batosta. A scapito di chi parla di piattezza dei bassi (manco si fosse lì per sentire i Fuck Buttons!), i Suuns la buttano sul riflessivo, azzardano un’intellettualità artistica invidiabile, lavorano con consapevolezza il gusto un po’ noisy di certe canzoni come 2020 e alcuni simboli del precedente Zeroes QC. Monolitici e lapidari, con le distorsioni sempre pigiate e la batteria a schizzare beat lampanti, vengono interrotti dalla solita pioggia guastafeste. È un peccato perché il loro live è concepito come un unico blocco fluido, liquido come fosse quest’acqua che ora blocca le danze. E allora tocca fare un altro giro panoramico, muniti di ombrelli e curiosità per ritrovarsi, nel parapiglia di musicanti accorsi al festival (Carnesi, Colapesce, parte di Dimartino, Samuel dei Subsonica), un’insolita Arisa in versione drunk. Da non perdere.
Quando tornano i Suuns, è già tempo di lasciare il palco a chi ha bisogno di un solo gazebino per coprire la console che farà ballare una Piazza Castello esausta da una giornata che ci si aspettava di passare sul lettino del Pura Vida di Cefalù, piuttosto che attaccata all’app Meteo dell’Iphone dalle 16 circa. Ma quando l’indole tamarra chiama, il pubblico risponde. Erol Alkan e il suo geek-capello ci balzano in Riviera, nella migliore discolandia possibile, con ombrellini nei cocktail di sfarzo e una gioventù bruciata in gran stile. È una presenza isolita, quella del dj londinese. Malgrado la sua fama come Dj di lusso, le cose migliori sono probabilmente le sue produzioni (Twenty-One dei Mystery Jets su tutti) e le collaborazioni, fra cui quella memorabile con Boys Noize (il singolone si chiama Avalanche ed è l’unico pezzo che il pubblico riconosce ed acclama). Catalizzatore della serata che si proietterà in campeggio con il set techno-funk di Rober Eno e Guido Savini dei Did, quello di Alkan è un buon set, che, nell’ottica estatica e liberatoria (dai fantasmi del meteo, per esempio), trova persino una sua ragion d’essere.
11 Agosto
Basta affacciarsi in gelateria, passare dall’edicola, scambiare due chiacchiere con Vito, il capo villaggio, per accorgersi che questa domenica è la serata Ypsig che tutti aspettavano. Esercizi commerciali in gran spolvero e rifornimento, gente attesa da ogni dove. E il nome lo fanno tutto gli Editors. E pensare che nel pomeriggio, quando ormai ci eravamo accorti che la pioggia non ci avrebbe tenuto compagnia, era salito sull’Ypsi & Love Stage un ragazzotto danese dal sorriso morbido e dalla camicia rossa che di nome fa Indians. Disponibilissimo, si dice entusiasta di suonare in un festival con cotanta rappresentanza scandinava. La languidezza di Somewhere Else viene in parte confermata da un live “spompo”, ma che lascia intravedere enormi spiragli (è prevista a breve la release del nuovo album). Elettronica, ambient, fughe Bon Iveriane, Indians è quanto di più fedele al sound 4AD ci potessimo aspettare nel 2013.
Col tramonto ricomincia il parapiglia di Piazza Castello. Nemmeno il tempo di farsi controllare borse e borsette dalla polizia all’entrata, che i Metz ruggiscono accordi ed è subito doccia fredda. Diciamolo subito: i canadesi Sub Pop dal vivo sono tutta un’altra cosa. L’hard-core (o in qualsiasi modo lo si voglia chiamare questo ibrido di punk e garage) ha bisogno del contatto col pubblico. Loro, invece, non hanno bisogno di niente. Hanno la faccia pulita di tre ragazzini con la pancia gonfia e lo sputo pronto. Fanno un set tirato di poco più di mezzora ed è come prendere un pugno in faccia.
La line up, d’ora in avanti, va verso un leggero sprofondamento. Poco azzeccata la scelta di far suonare uno come Rover subito dopo i Metz. L’adrenalina e il caos calmo ne hanno risentito e il pubblico si distrae, sorvolando su quello che in realtà è un buono show. Limpido, mastodontico, Timothée Régnier non si scompone mai. Suona i brani del suo omonimo album con perizia odontoiatrica, accompagnato da una band altrettanto precisa, snocciolando derivazioni bowiane, beatlesiane, ma anche di matrice più distintamente indie-rock (Interpol su tutti). Pecca di originalità, ma non certo di eleganza.
I veri Ypsini aspettano i Local Natives. Con tutto il rispetto per gli Editors, sono loro la punta di diamante dell’ultima serata. La verità è che i giovinetti della West Coast partono lenti, lentissimi. Per certi versi sembra di sentire un live dei Coldplay senza mega-produzioni. Le voci scompaiono dietro un’attenzione francamente inutile per l’autoreferenzialità. Si guardano, se la cantano e se la suonano. Per fortuna qua e là ci sono pezzi come Airplane che danno la scossa, fanno battere il piedino. Dall’alto della scalinata lo spettacolo è ancora migliore e il pubblico sembra comunque soddisfatto. Belle canzoni, poca personalità.
Al cambio di palco, già ci sembra evidente che i ragazzotti di Birmingham non sono più quelli di una volta: quelli che si arrampicavano sul pianoforte, che toccavano il pubblico senza timore, che lottavano con lui. Tutto nella norma. D’altronde nessuno si aspettava che gli Editors di The Weight Of Your Love fossero lontanamente avvicinabili a quelli di The Back Room. Hanno perso l’appiglio di derivazione e pure un chitarrista. Saranno ricordati dagli addetti ai lavori come uno dei migliori gruppi derivativi new-wave dell’ondata post 2000. Ma solo fino a un certo punto. Fino all’altezza del buon Urbanowicz, che, un bel giorno, ha fatto le valigie ed è tornato a casa. Tom Smith, impermeabile scuro e colletto alzato (che abbia guardato le previsioni dei giorni prima?), è sulla strada del Bono Voxismo, religione assai diffusa tra adepti che fanno dell’inutilità di esistere (musicalmente, s’intende) la loro ragion d’essere. Si percepisce che la scala di valore nei vecchi brani (Munich, Bullet, An End Has A Start, Smokers, ecc…) segna tutt’altro grado di gradimento da parte nostra e del pubblico in generale. Per il resto, stendiamo un velo…
Quando scende il sipario sul Castello dei Ventimiglia, rimane un po’ di amaro in bocca. Un’edizione partita con una line up piuttosto debole, ha dovuto confrontarsi con problemi organizzativi di non poco conto (e abbiamo tralasciato tutto ciò che riguarda l’Ypsicamping, affogato nel fango). Mancava il nome grosso, il Primal Scream di questa edizione. Ci sono state, come ogni festival che si rispetti, le piccole (Local Natives, Rover) e le grosse (Editors, The Drums) delusioni; ci sono state le rivelazioni (Efterklang, Metz), le conferme (Suuns) e i onceinalifetime (Shout Out Louds). Ma la cosa musicalmente più intrigante e riuscita di un festival che si connota sempre più per la sua attenzione al mondo della musica elettronica, è stata la schiera di elettricanti (Holy Other, Deptford Goth e Indians) che hanno acceso un lumino di curiosità in più nel panorama mozzafiato del Parco delle Madonie.
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