Recensioni

La 90s nostalgia che sta caratterizzando questi anni spinge quelli di noi che i 90s li hanno vissuti in tempo reale a misurare con strumenti di precisione sempre più raffinati il grado di somiglianza con un sound che non pensavamo avrebbe potuto essere oggetto di simile, postuma adorazione. Il terzo album degli Yuck, il primo dopo l’uscita di scena del cantante Daniel Blumberg, è quel tipo di disco. Un lavoro che li vede tornare con brani che puntano dritti alla pancia dell’ascoltatore e che vent’anni fa avrebbero raccolto lo spirito del loro tempo, mentre oggi paiono nostalgici cimenti in un songwriting rivolto al pubblico sempre più sparuto dell’indie rock. A voi la scelta, se rubricarlo come il disco più derivativo dell’anno oppure spacchettarne le influenze, con il piacevole risultato di trovarsi di fronte ad una band dalle molte anime.
Il difetto maggiore di Stranger Things è quello di aprirsi con due titoli (i singoli Hold Me Closer e Cannonball) che forniscono argomenti a chi considera gli Yuck emuli ingenui del fronte più velleitario del lo-fi anni 90. Il suono di una band a caso di Chapel Hill unito all’attitudine goliardica dei Weezer. Una roba facile facile, con il basso che gratta, chitarrine che disegnano agili melodie e voci perennemente distorte. Al contrario, se si ha la pazienza di inoltrarsi nel ventre del disco e rimestare fra le sue numerose ballad, viene fuori un’emotività ben più complessa, che rimanda alla parte più nobile del guitar pop americano e britannico.
Accade così che Like a Moth aggiorni la timida malinconia dei Lemonheads con certi languori rubati agli Shins; che As i Walk Away suoni come gli Yo La Tengo alle prese con il dream pop e che la title track sfoderi il solido melodismo dei Teenage Fanclub (anche se l’intro pare quasi voler citare Slight Return del Bluetones). Il connubio shoegaze-meets-powerpop caratterizza anche la romantica Down, mentre Yr Face chiude il disco con uno slowcore dal tiro epico, quasi a rappresentare il punto di non ritorno di un album che trova la sua ragion d’essere nella dicotomia fra natura introspettiva e ambizioni popolari.
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