Recensioni

Ho sempre sospettato che i capolavori mancati fossero ben più importanti, in senso positivo, di quanto si usa comunemente ritenere. Anche quelli che, come Days Before The Days, mortificano speranze e prospettive sul punto di giganteggiare, condannando gli Yuppie Flu al ruolo di band dalla statura tanto dignitosa quanto non imprescindibile. Invece, gli anconetani sembrano mettere pienamente a frutto la lezione di Days e quindi si riformulano alla luce di una maggiore sbrigliatezza, annusando quote più basse, gli istinti basilari di anime giovani in bilico tra contemporaneità e subbuglio. È come se il caracollare ispido e angoloso degli esordi, quell’inseguire squinternato e struggente la buona stella dei Pavement, prendesse per la collottola l’ambizione popadelica e la riconducesse a più miti consigli. Col risultato di andare a parare nel cortile dolceagro e ancheggiante dei Go-Betweens. Già, proprio quelle trame da trepidi mestieranti, quelle vivide scontatezze, quelle impeccabili, impagabili, irresistibili oziosità.
Vedi il caso di Vultures And Fortune (dove s’imbrattano di modernariato Notwist), vedi A Good Guide (tra evanescenze folk-psych à la Mercury Rev), vedi il fatalismo scanzonato di Our Nature (cuori che attraversano la tormenta col passo di una marcetta Abba) o la mesta impertinenza dell’iniziale Glueing All The Fragments. Una dimensione antieroica che si attaglia perfettamente al progetto Yuppie Flu, permettendo loro di muoversi con disinvoltura (a partire dalla voce di Matteo, più corposa e rilassata, finalmente – aehm – sopportabile) tra preziosismi pop di varia natura ed estrazione: inturgiditi “power” come nell’impudenza dolciastra à la Sparklehorse di Pain Is Over, onirici come nella cantilenante Stray On Free (nenia pseudo-Oasis in mezzo a una friggitoria cosmica di corde e tastiere, finale robotico che sembra gli Air rifatti dagli Archive), oppure più torbidi come nella strascicata One Shot (quasi avessero aggiunto additivo Lou Reed nel serbatoio). Tutto ciò all’insegna di un’immediatezza facilmente assimilabile, senza però venir meno al lavoro sulle confezioni: vedi gli ammiccamenti di (pseudo?) theremin e piano in Togheter (l’indie che sogna il kraut secondo la lezione dei Notwist), quel violoncello cartilaginoso che staglia indolenziti scenari Giardini di Mirò in Better Than Ever, oppure la vaga eco Brian Eno che balena nell’acido delle tastiere di Make A Stand (bella cospirazione Rev su plateau orizzontale Radar Bros.).
Spiace un po’ che il carico divenga sovraccarico nella conclusiva Europe Is Different, troppi gli archi e la liquida sinuosità della slide per questa ballata dolceagra, salvata a stento dallo strano impasto di “impegno” e understatement che la fa sembrare una ferita invisibile aperta ovunque ci sia una coscienza sintonizzata. Così, sospeso tra il banale e il frizzante, tra il prevedibile e l’accorato, tra l’impudente e il saccente, Toast Masters si offre agile e accorato, fresco e amarognolo. Gli si può ben dedicare qualche batticuore intanto che sboccia – voglia o non voglia – la primavera. Non più di questo, magari: però se andate a dirglielo, agli Yuppie Flu, probabile che non gli dispiaccia.
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