• Ott
    27
    2014

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Legacy Recordings

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Co-prodotto da Rick Rubin, ospiti come Tinariwen, Will Oldham, Charlie Musselwhite, Richard Thompson e Matt Sweeney. Premessa lapidaria per ritagliare i contorni di un lavoro che non vuole essere solo il terzo dell’artista Yusuf (cinque anni dopo il buon Roadsinger) ed il venticinquesimo (se non abbiamo contato male) per colui che un tempo era noto come Cat Stevens. Rubin da questo punto di vista è uno schiacciasassi: non lo coinvolgi se non hai intenzioni forti e chiare. In questo caso, ricollocarsi in un sound che odorasse di radici folk blues ma che prevedesse precisi effetti collaterali “esotici”. I nomi summenzionati vanno letti in questo senso come delle coordinate che stringono verso una ricerca di rinnovata autenticità.

A Yusuf non spaventa ricostruirsi: lo ha fatto in passato in maniera ben più invasiva e radicale. Stavolta però, malgrado tutto questo sfoggio di radici – diciamo così – attualizzate, le tessere del puzzle non compongono un quadro convincente. Premetto che il suono è fantastico, i pezzi hanno una coerenza e robustezza, inoltre trovo che il coinvolgimento dei Tinariwen sia particolarmente azzeccato, un colpo di genio a dirla tutta. Ma tutta questa sovrastruttura fa passare il protagonista come una specie di intruso. Se escludiamo due pezzi come Dying To Live (cover di Edgar Winter resa con la trepidazione cardiaca del miglior Billy Joel) e una Cat And The Dog Trap che tra morbidezze folk e fragranze di vibrafono ammicca al garbo allusivo dello Stevens che fu, capita spesso di pensare che il blues non sia esattamente la tazza di tè del buon Yusuf.

Dalle vibrazioni arcaiche dell’iniziale I Was Raised in Babylon fino agli archetipi d’affrancamento black della title-track, senti un bisogno quasi fisico di un altro interprete. Non per fare i sensazionalisti ad ogni costo, ma in un certo senso è il blues che te lo chiede. Mi ha ricordato quello che provai sentendo per le prime volte Steamroller di James Taylor, ma almeno Taylor in quel caso usava il blues in maniera ironica. Stevens/Yusuf invece ti fa capire di volerci stare dentro, ma proprio da un punto di vista blues funziona tutto alla grande tranne la sua interpretazione. Molto belle ad esempio le pennate terrigne e l’armonica sfrangiata di Big Boss Man (cover di Jimmy Reed), l’andazzo vaudeville di Gold Digger e la baldanza southern di The Devil Came From Kansas (firmata Procol Harum), per non dire del piglio sanguigno di Editing Floor Blues con quel passo da Muddy Waters sotto anfetamina, mentre la palma della migliore intuizione potrebbe andare ad una You Are My Sunshine (antico hit di Jimmie Davis e Charles Mitchell) riformattata come torrido soul blues innervato di ruvidità desertiche.

Nel complesso quindi è un disco che sembra confezionato per blandire un target ben preciso: i sostenitori della vecchia perduta autenticità. Brandendo la fama di Cat Stevens/Yusuf come un brand. Ma davvero – dopo molti ascolti – ancora dubito che sotto tutto questo bello e a tratti ottimo sfoggio di mestiere ci sia sostanza da conservare.

28 Ottobre 2014
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