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Abbandonato il realismo di Christopher Nolan, il Cavaliere Oscuro di Gotham City rivive nella versione partorita da Zack Snyder, che sceglie giustamente di prediligere il punto di vista di Bruce Wayne per inquadrare l’intera vicenda (e tutte le atrocità) che ne L’uomo d’acciaio lo spettatore dava per scontate. Se nel precedente e claudicante primo capitolo di questo nuovo e minaccioso Universo Cinematografico Warner/DC assumevamo il messianico punto di vista di un Dio venuto da Krypton e sceso in Terra per salvare l’umanità, in Batman v Superman: Dawn of Justice apriamo finalmente gli occhi, disvelando i mille dubbi che un evento del genere può recare con sé, soprattutto nella testa e nel modo di pensare di un mondo letteralmente invaso. Milleriano fino al midollo (con più di qualche dettaglio preso in prestito dal recente mondo videoludico), il Batman di un Ben Affleck mai così perfettamente in parte è lo specchio di un’umanità disillusa, piegata, le cui speranze di riscatto sono venute meno parecchi anni addietro. Snyder plasma il suo Cavaliere Oscuro in modo speculare a quanto fatto nel miglior film della sua filmografia, l’amato/odiato adattamento di Watchmen, e il confronto tra i due super-uomini tanto ricorda il confronto subdolo, etico e morale tra Ozymandias e il Dr. Manhattan, dove nessuno è solo buono o cattivo, non perché consapevole di una qualche predisposizione appartenente alla propria natura, ma perché partecipe e vittima di un mondo marcio, alla deriva e impossibile da salvare veramente.

Nell’economia del racconto messo in scena, Snyder dà il meglio di sé nella prima, splendida mezz’ora (come accade puntualmente a ogni sua pellicola), ma cade vittima di un deragliamento causato dalla vasta mole d’informazioni con cui deve investire un pubblico non ancora preparato all’atteso e annunciato progetto sulla Justice League. Per quanto, infatti, l’arco narrativo di Wonder Woman (una splendida e ammaliante Gal Gadot) sia inserito in maniera più che fluida all’interno del plot principale, la sua è un’inclusione vistosamente superflua, che porta a successive digressioni colpevoli di rallentare il ritmo e sbilanciare un discorso iniziale importante, svilendone in parte la resa filmica. Più affascinante e misteriosa è l’introduzione del velocista scarlatto in una sequenza onirica che rimane giustamente ancora avvolta nel mistero (ma che i lettori di fumetti non faranno fatica a riconoscere e ricollegare); meno riuscite e decisamente posticce le altre, con micro-sequenze che delineano sì una ricerca ossessivo-compulsiva del villain principale, ma che paradossalmente sortiscono l’effetto di appiattire il suo carattere all’interno della narrazione. Se l’orgoglio primario della Warner/DC è il continuo prendersi sul serio, rispetto all’aria scanzonata della casa avversaria (che qui sarebbe del tutto fuori luogo, anche per la stessa natura dei personaggi), la missione è in tal senso riuscita (chi l’ha detto che non ci si possa prendere sul serio?). Il problema, ricorrente anche nella seconda parte de L’uomo d’acciaio, sta in un terzo atto che dopo le buone premesse, incentrate sul piano diabolico di un Lex Luthor ipnotico, ossessivo e zuckerberiano, si incanala in modo troppo repentino e abbastanza confusionario verso una resa dei conti prevedibile e canonica, che cerca di risolvere un ingombrante discorso sul binomio Dio/uomo frettolosamente e con soluzioni che sarebbero plausibili solo in un fumetto.

In una pellicola che fin dal titolo, e per tutta la campagna di marketing, ha insistito sullo scontro tra le due divinità della DC Comics, si poteva e si doveva osare decisamente di più – eliminando il superfluo e concentrandosi maggiormente sull’indagine psicologica, da cui il Superman di Henry Cavill esce malconcio (quasi impalpabile, se si escludono un paio di sequenze) – ma con la Warner a fare la voce grossa in una rincorsa impazzita verso l’avversario Marvel e con la paura di non riuscire a vendere al meglio l’idea del crossover sulla Justice League (atteso per il 2018), ammettiamo che gli spazi di manovra non erano così tanti. Torna la fotografia super-patinata del fido Larry Fong (300, Watchmen) e le martellanti musiche di Hans Zimmer, qui raggiunti dalle reboanti percussioni di un ispirato Junkie XL (il tema di Wonder Woman è già iconico per l’inedito personaggio, di cui non vediamo l’ora di vedere il film in solitaria, in arrivo nel 2017 per la regia di Patty Jenkins).

25 marzo 2016
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