Recensioni

7.2

Sin dalla sua istituzione per volere del boss Reinold Friedl, ogni uscita targata Zeitkratzer si è sempre caratterizzata per una spiccata tendenza alla collaborazione (John Duncan, Terre Thaemlitz, Carsten Nicolai, ecc…), oltre che legarsi a un principio rielaborativo del pensiero musicale di opere di compositori d’area colta (John Cage, Alvin Lucier, ecc…) o di musicisti borderline (il Lou Reed di Metal Machine Music, William Bennett a.k.a. Whitehouse, Column One). Cosa che ne ha fatto un evidente marcatore identitario e che non si smentisce nemmeno in questa accoppiata di uscite.

La prima, Stockhausen. Aus Den Sieben Tagen, è in collaborazione col nippo-noise Keiji Haino (alla voce) ed è basata non su una rivisitazione, bensì sulla libera interpretazione di cinque dei quindici testi scritti dal compositore tedesco nel 1968 per ensemble “intuitivi”. Privi cioè di indicazioni musicali e totalmente lasciati alla creatività reinterpretativa dei musicisti che decidessero di cimentarvisi. Ergo, l’ensemble di Friedl decide di virare quelle indicazioni verso un monolite nero-pece di matrice materica (stridio di corde, rimbombi di legni nella oblunga elettroacustica di Verbindung) o piuttosto fisica e compatta (la conclusiva Setz Die Segel Zur Sonne, un discesa agli inferi guidata dal Caronte dagli occhi a mandorla che è un crescendo tonale di rara enfasi), ma sempre legata alla “vibrazione” collettiva in cui all’ospite giapponese è lasciata totale libertà di usare la sua voce catacombale come elemento sonoro aggiuntivo, sciamanica guida nei rivoli sonori architettati dai musicisti. A colpire è l’oscurità del tutto, la densità del suono che l’ensemble riesce a organizzare partendo solo dalla intuizione di Stockhausen oltre, ovviamente, alla capacità ricombinatoria del gruppo diretto da Friedl.

Kore invece è una creazione/omaggio di Friedl a Xenakis, in passato già celebrato con lo stesso procedimento (Xenakis [a]live! del 2007), e cioè mettendo l’ensemble Zeitkratzer al servizio del suo leader e della sua idea di ispirarsi ad alcune delle composizioni più note e datate del greco-francese, come Persepolis e La Legende d’Er. In questo caso il collettivo viaggia in modalità (quasi)acustica, sfruttando una delle rivendicazioni centrali nella propria filosofia sonora, e cioè utilizzare l’amplificazione della strumentazione come fosse essa stessa uno strumento. Quattro movimenti d’ampio respiro che creano una architettura visionaria e “ascendente”, sempre in crescendo in una stratificazione di microsuoni fatti di materia (stridori, sfrigolii, sfregamenti) che si coniuga (quasi) sempre in dense macchinazioni droning. Plumbee e sempre in tensione, come testimonia la chiosa del quarto movimento, stordente nella sua cacofonica visionarietà. L’ennesimo lavoro eccelso in una discografia che è tutta di livello altissimo.

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