• Mar
    02
    2018

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Woodworm, La Tempesta Dischi

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Ascoltare Il fuoco in una stanza dei The Zen Circus è un po’ come trovarsi di fronte all’ultimo disco dei Weezer, Pacific Daydream: viene da chiedersi, cioè, se la vena pop evidente nei brani di Appino, Karim Qqru e Ufo (nulla di scandaloso nel fatto che sia contemplata, sia chiaro) non sia l’altra faccia della medaglia di un’ispirazione forse un po’ meno brillante rispetto al passato. Alla fine, finiscono davvero in scaletta canzoni à la Weezer come Quello che funziona e Low Cost, ad affiancare parentesi tipicamente Zen Circus rappresentate dalla tagliente Catene e dalla title track, scelte non a caso come primi singoli per presentare il disco.

L’aspetto positivo è che Appino e soci anche qui non rinunciano a cercare strade inedite per esprimersi, come ad esempio in una Caro Luca pianoforte e arrangiamento d’archi – con dietro una vera e propria orchestra, chiamata a dare il suo contributo in quattro brani su tredici del disco – evocativa nella sua classicità autoriale, o in una sorprendente Il mondo come lo vorrei che tira fuori una sorta di doo-wop anni cinquanta ironico e tutto coretti e contrappunti orchestrali. Segno comunque di una voglia di rinnovamento che non può che far bene all’economia di un trio che in questo album diventa quartetto, con l’apporto di Francesco Pellegrini. Eppure c’è anche qualche falla in un lavoro con una produzione forse fin troppo invadente (La stagione) che non riesce sempre ad essere pungente o significativo come ci saremmo aspettati: per una Rosso e nero e una Panico che, nonostante una certa orecchiabilità radiofonica versante Strokes, buttano sul piatto un paio di riflessioni con una buona lucidità nei testi, ci sono anche una Sono umano prolissa e un po’ pretenziosa, una Teoria delle stringhe prevedibile nelle armonie e tarata sui sing-along da concerto e una Emily che fa pensare alla Molly’s Lips dei Vaselines ripresa anche dai Nirvana, ma che non lascia granché.

Non c’è nulla che stia sotto la sufficienza in questo album, anche per merito di un frontman diventato ormai talmente bravo a manovrare autobiografia e filosofie di vita in rima che, anche quando non brilla, risulta quantomeno dignitoso. Ma se è vero che «è il disco su cui abbiamo lavorato di più in studio nella nostra carriera; musicalmente eterogeneo e poliglotta nella narrazione per lo scopo di avvicinarsi a noi, tutti diversi ma tutti uguali: figli, madri, padri o amanti», è vero anche che quell’empatia di cui si parla indirettamente nella citazione non la si coglie sempre. E in una formula musicale come quella degli Zen Circus, l’empatia è (quasi) tutto.

3 Marzo 2018
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