• Feb
    01
    2008

Album

Unhip Records

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Brian Ritchie… gira tutto attorno a questo nome il quarto disco degli Zen Circus. È il bassista, ex-Violent Femmes (e
ormai effettivo quarto Zen Circus), che dovrebbe rappresentare il
raggiungimento della tanto agognata internazionalità, il passo in più,
l’ingrediente che mancava alla formazione pisana per consacrarsi.
Ormai, dopo otto anni di carriera nel mondo indipendente italiano, dopo
400 e più date live in giro per lo stivale, serviva, al gruppo, la
possibilità di confrontarsi con il mercato estero. Per farlo, non sono
stati lesinati mezzi: oltre al già citato Ritchie, in Villa Inferno compaiono anche Kim e Kelly Deal (già Pixies e/o Breeders), Jerry Harrison (Talking Heads), Giorgio Canali (autore dei testi in italiano, CSI e PGR) e per finire, come ciliegina, la masterizzazione avvenuta negli Sterling Studios di New York da George Calvi.

Il
disco non può che risentire di questi contributi vari ed eventuali.
Oltre agli idiomi utilizzati per i testi (italiano, inglese, francese,
slavo), le tredici tracce sono una commistione di suoni e stili ben
amalgamati. Costantemente crudi nelle composizioni, fino a sfiorare
l’appellativo di grezzi, il loro suono, con il contributo di Brian
Ritchie, non poteva che esaltarsi eccitandosi in assoli improvvisi ora
di chitarra, ora d’armonica. Ciò che strabilia è come una band, che ha
sempre goduto di una propria caratterizzazione ed una notevole
originalità, sia riuscita a scaricare e sistemare a dovere nei propri
armadi tutti i bagagli che il bassista americano s’è portato dietro
nelle sue visite italiane. L’album caratterizzantesi sin dalla seconda
traccia, meritevole cover di Wild Wild Life dei Talking Heads (esaltata
dalla partecipazione dell’”originale” Jerry Harrison), scorre da capo a
piedi come non mai nella discografia del gruppo.

È
non è tanto per il solito dire “han raggiunto la maturità” o “son
cresciuti”, è davvero nella fluidità del suono, nell’eterogeneità che
quadra come prova del nove, nella completezza negli arrangiamenti che
rendono tondo il lavoro, che si può identificare Villa Inferno come uno dei migliori album italiani del decennio. Altro punto a favore
i testi, ormai marchio di fabbrica del circo zen, sempre più capaci
d’innalzarsi a veri e propri inni di una maldicente e fatalista
tardogiovinezza di provincia (Figlio di puttana su tutti).

Un
disco italiano godente d’identità propria, capace di spingersi oltre le
Alpi e da far ascoltare, senza vergogna, ai vostri amichetti con la
Union Jack sulle spalle quando vengono a trovarvi nella bassa.

 

9 Febbraio 2008
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