• Lug
    01
    2009

Album

Sacred Bones

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Dà sempre un un po’ di fastidio dover parlare bene di qualcosa con così tanto hype su di se, perché di solito l’effetto che si ottiene è sempre quello di istigare gli snob al di là della barricata, quelli che poi ti rispondono: “certo ne parli bene ora che va di moda”. La prima regola di questo difficile mondo indie parla chiaro: per quanto tu possa essere alternativo c’è sempre qualcuno più alternativo di te, qualcuno che appena vede un leggero hype spara a zero. Tutto sto po’ po’ di dissertazione serve per lo più per giustificare il tono entusiasta con cui sto per descrivere il primo vero disco di Zola Jesus, al secolo Nika Roza Danilova, che a dispetto delle origine europee indicate dal nome, arriva dal Midwest degli States.

Affiliata al giro della Sacred Bones e protagonista di un successo sotterraneo, con tanto di passaparola nel giro dei blog giusti, Zola Jesus è una figura in qualche modo sovrapponibile a quella di Blank Dogs, che ha seguito un percorso abbastanza analogo. Ciò che cambia è la musica che nel caso della Danilova nasce lungo precise coordinate new wave, industrial e goth. Ha fatto già parlare di sé con un po’ di ep (i micidiali Soeur Sewer e Tsar Bomba) ma The Spoils è il primo vero disco di debutto pensato per lunga distanza e arriva a metà luglio per raffreddare un’estate anche troppo calda (missione che condivide con Sirenum di Circuit Des Yeux, un altro disco di mezza estate, avvicinabile a questo, anche se più estremo).

Zola Jesus altro non è che un’estrema filiazione della terrifica trimurti Diamanda Galas / Lydia Lunch / Siouxsie. Ergo un generale senso di alienazione umorale e tipicamente femminile, aggravato da un’urgenza del tutto adolescenziale (stiamo parlando di una che ha passato la maggiore età non da molto), e da un senso molto contemporaneo per l’erosione del suono, ovvero un lo-fi come unica soluzione possibile. The Spoils suona un po’ come i primi Cocteau Twins di Garlands imbruttiti e ingialliti. Le trame sintetiche, i beat elettronici a cadenza industriale, quel vociare uggioso, che a volte si fa etereo e fiabesco, in altre semplicemente stregonesco, il tutto costantemente calato in una nube tossica da suono in disfacimento.

Fuor di dubbio che la maggioranza dei nuovi eroi dell’underground ci giochino anche troppo con la bassa fedeltà del suono, ma al di là di tutto è comunque un segno dei tempi se dischi del genere riescono a trovare il loro spazio. Zola Jesus in più ci mette anche una certa dose di glamour che aiuta farla accettare a target non proprio abituati al lo-fi. Il suo è un gotico post-atomico. Da dopo bomba. Condannato all’origine, ma con una grazia e uno stile tutti suoi. La sua vittoria sta nel vivere su un crinale molto precario senza perdere l’equilibrio.

1 Settembre 2009
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