Recensioni

Tesi antitesi sintesi. With Love completa la trilogia del producer nel migliore dei modi e con una dedica particolare che non può che tradursi in un necessario distacco tra sé e le proprie ossessioni elettroniche ovvero l’ardkore che dai breaks di inizio 90s porta alla d’n’b da una parte, e tutto quel sincopato grime che scivola nei suonini 8 bit del Wonky, dall’altra. In mezzo, e tutta attorno, la visione: un dancefloor di rimbalzo, della mente, un habitat siderale abitato da fantasmi rave che si mescolano a malinconie personali, la maschera che, come quella di Aphex, è bucata e ti fa vedere la carne che c’è sotto.
Trentatre tracce che sublimano i due statement precedenti in un doppio che alterna ritmi e atmosfere, riprendendo, domandola, la mossa situazionista che fu Where Were You In ’92 che lo proiettò come il lost raver della sua generazione e ricalibrando l’incursione nelle sue sinapsi post mortem che fu Dedication, dedica al defunto padre e assieme al lato dark della dance culture dei 90s.
Come ogni sintesi che si rispetti non sono le novità l’aspetto predominante di un album che porta a compimento una cifra stilistica già consolidata nel precedente episodio. Eppure l’aggiunta del lato più astratto della trap si rivela da subito la più strategica e funzionale delle scelte. Delle tracce di HPNTK o Massapeals caratterizzate non dall’ansia antemica ma da pulizia del suono, atmosfere gotiche, ultra bassi e sketch cartoon non lontani da Terror Danjah, Zomby riprende la vena haunted o dungeon sganciando un tris d’assi come Vast Emptiness, White Smoke e Sphinx, pezzi che, a livello di hi hat rullanti e lugubri linee di note, risultano tra i più fascinosi mai sentiti in quest’ambito.
Un altro di punto di permeabilità con la contemporaneità che non va taciuto sono senz’altro i pitch sugli snare che vengono fatti brillare oppure tenuti a contrasto di una produzione meticolosamente impolverata, curata e rifinita fino nella calibrazione dei bassi del sub oltre che sepolta da synth che farebbero contento persino il Martin Hannett altezza Closer (Horrid).
E’ un lavoro sospeso tra ritmi da continuum raynoldsiano e atmosfere, dicevamo, ma l’insieme cerca, trovandola, la propria antemica, l’hook melodico in negativo (If I Will) o il piacere di una traccia jungle. A interludi come Isis scendono in campo gli UK breaks di It’s Time che paiono rispondere all’Andy Stott in fregola ritmica. In pratica, volano sorrisi e venerazione: Zomby sa esattamente come piazzare il rave momentum senza che i suoi caratteristici episodi interlocutori passino sotto skip e nell’intera tracklist, del resto, c’è poco o nulla da buttare, anche la vena minore prende il peso di un pensiero debole con tutte le giustificazioni artistico filosofiche del caso (Memories). Uno dei migliori lavori elettronici dell’anno (Streaming del primo dei due dischi su Pitchfork Advance).
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