Recensioni

Inclini da sempre alle collaborazioni, tutte ad ampio spettro (Mats Gustafsson, Eugene Chadbourne, Nobukazu Takemura, ecc.), gli Zu 2.0 – è chiaro e noto ormai l’iter del gruppo dall’uscita di Battaglia al ricompattamento con Gabe Serbian dietro le pelli – non spostano di un centimetro l’atteggiamento nei confronti delle sponde. Specie se quelle sponde hanno le spalle ingombranti di un Eugene Robinson, già cantante della destabilizzante noise-rock band americana Oxbow, oltre che scrittore, giornalista, attore e quant’altro.
Nata a distanza, con l’americano chiamato a “delirare” sulle incursioni sonore del neo-trio, quella di The Left Hand Path è (l’ennesima) mosca bianca all’interno della discografia della band romana, dato che, come recita la press, è incentrata su una sorta di “acoustic exploration in obscurity”. Tradotto, quest’album edito dalla viennese Trost accantona il furioso jazz-core a forti tinte heavy e experimental che è trademark della casa per avventurarsi in un mondo subacqueo e para-industriale: un universo parallelo fatto di strofinamenti di corde acustiche e spippolamenti di synth alieni e di elettronica sfatta, soffi soffusi e radi di fiati sempre larvatamente free e, soprattutto, distese ambientali minacciose e oscure, increspate di pulviscolo noise e sporcizia industrial.
Dopotutto questo lavoro, in origine “pensato” all’altezza di Carboniferous – proprio all’epoca girò pure un video di Taking The Give – e solo oggi uscito nella sua interezza, è uno di quei percorsi laterali in cui gli Zu originari andavano in cerca d’altro, di stimoli, conoscenze, indagini. E chi meglio di Eugene Robinson e dei suoi “spoken word” imputriditi poteva far da sponda (in realtà definirlo “sponda” è assai limitante, visto il peso all’interno dei 19 pezzi) per questo deliquio notturno e ottundente? The Left Hand Path è una botta in faccia, un concentrato di disagio distillato dall’ugola marcia di Robinson e dalla notturna musick degli Zu.
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