Recensioni

L’alleanza intergalattica rimarcata nel sottotitolo era più di un suggerimento, ma che la prima edizione del festival Zuma potesse realisticamente agire come una sorta di portale spazio-temporale era difficile da ipotizzare. E invece i presenti hanno avuto l’impressione di trovarsi a un festival del 2017, in un centro sociale occupato dei primi anni ’90 e in una comune dei ’60 o ’70 contemporaneamente. Ovvero la tecnologia e l’approccio da “melting-pot” globale dell’oggi unito alla consapevolezza fieramente “engagé” dei primi anni novanta e alla libertà e al freakettonismo positivo delle primissime forme di aggregazione “atipiche”. Roba al limite della fantascienza o del miracolo laico, a seconda delle inclinazioni o della prospettiva con cui si guarda la cosa, ma di sicuro, parlandone in termini più “terreni”, tutto ciò è stato merito dell’enorme sforzo compiuto dagli organizzatori, bravi a coagulare realtà diverse e indipendenti tra loro – etichette, promoter, organizzatori di serate, booking, musicisti, locali e quant’altro, tra cui Black Sweat Records, La Società Psychedelica, Ca’ Blasè, Trok, Volume, ecc…– che ruotano però intorno alle “psichedelie” in quel di Milano e non solo. Non una cosa da poco, vista la innata tendenza alla disgregazione e alla frantumazione delle già di per sé minuscole nicchie intorno a cui ci si muove, eppure la tre giorni di Zuma è stata la dimostrazione fattiva di come sia possibile, se non addirittura necessario, radunare realtà consimili che rischiano costantemente di disperdersi in un rivolo disordinato e autoreferenziale, proponendo un festival che non fosse esclusivamente musica quanto “un esperimento di vita collettiva”.

Nella splendida location della Cascina Sant’Ambrogio, sita all’interno del Parco Forlanini e costruita inglobando una chiesetta romanica del ‘300, la cui abside è stata utilizzata come micro-spazio per sonorizzazioni d’ambito ambient/drone made in ArteTetra, Communion, Vasopressin (con ospiti Barnacles, Everest Magma, Confindustrial Sinfonietta e molti altri), i ragazzi di Zuma hanno ricavato due palchi, quello principale chiamato Palco Lambro e quello secondario chiamato Palco Sempione, su cui si sono esibite band e musicisti anche molto distanti, non solo anagraficamente, tra di loro. A dimostrazione di una apertura, anzi, di una attitudine che supera i confini meramente musicali – i talk, i reading (quello di poesia sonora opera di Acchiappashpirt, ovvero Demented Burrocacao e Jonida Prifti, ha letteralmente lasciato a bocca aperta), gli “sleeping concert”, lo splendido light show opera del collettivo Hybrida e il workshop di Walter Maioli dedicato al suono “dai primitivi all’elettronica” – trasformando la tre giorni in una sorta di FRKWYS che fa cozzare ispiratori e ispirati, che lega trasversalmente maestri e allievi, che apre anagraficamente a commistioni spesso elettrizzanti. È il caso, ad esempio, dell’incontro tra il piano di Gaetano Liguori e il duo sax/batteria Jooklo Duo, all’insegna di sguardi complici e saliscendi umorali che hanno offerto una versione freschissima del free-jazz spirituale che è trademark della casa; oppure il solo del grande vecchio del folk astratto Mike Cooper, al solito psichedelico sin dall’immancabile mise “hawaiana” e intento a creare mondi (im)possibili con la sua chitarra, per non dire degli “evergreen” Embryo, cui resta in realtà solo il nome e una tendenza al freakettonismo che teletrasporta veramente in qualche comune dei ’70. O ancora, uno dei fulcri dell’intero festival, ovvero il ritorno sul palco dei Futuro Antico di Walter Maioli, Riccardo Sinigaglia e Gabin Dabiré, goduti pochissimo causa eccessiva affluenza ma pronti a calarsi nello spirito dello Zuma e aprire stargate immaginifici verso mondi sonori distanti nello spazio e nel tempo.

Sul versante dei nomi “meno noti”, l’apolide Bjorn Magnusson ha ripreso la neo-psichedelia fondendo slackerness anni ’90 alla Pavement et similia e folk-rock sui generis con un approccio molto Velvet Underground e un occhio rivolto a certi sgorbi made in Royal Trux, mentre gli Halfalib – progetto di Marco Giudici degli Any Other e sorta di alter ego del trio – hanno stupito con un approccio alchemico e sognante tipo Elton John in fissa col prog di Canterbury e con le ballad “d’amore e psyche”, dimostrandosi ideali per un chill out pomeridiano sul far della sera. Stesse coordinate, ma spostate sul versante di un cantautorato struggente e intimista, per Trapcoustic, che conferma quel mischione di pop delicato e sognante nato al crinale tra musica barocca e attitudine “prog” condensato nel bellissimo Shell. Infine il belga DSR Lines, ovvero David Edren, che col suo set di dilatazioni kosmische a base di synth analogici ci ha cullati nella notte del primo giorno, lasciandoci con una sensazione di evanescenza e mancanza di gravità che ci immaginiamo si possa provare solo una volta abbandonati alla deriva nello spazio profondo.
Sul versante, invece, dei “nomi che non potete non conoscere”, nota di merito per la punka post-globale dei Jealousy Party, l’unica band in grado di shakerare cervelli in ogni condizione e frullare input in una melassa sonora sempre eccitante e riconoscibile che ha praticamente inaugurato il festival mettendolo subito sulla giusta via: quella del melting pot, della libertà compositiva, dell’apertura mentale. Poi le due bombe del sabato, ovvero Squadra Omega e Rainbow Island, che hanno letteralmente aperto le acque: i primi con un set indiavolato di psichedelia durissima e visionarietà aliena(ta), segnato dalla capacità di modulare il proprio suono e modificarlo impercettibilmente, così come da un crescendo finale come se ne ascoltano veramente pochi; i secondi con una specie di dancehall tritura-tutto che ha smagnetizzato e riassemblato dub ed elettronica, noise e quartomondismo, poliritmia ed esplorazioni spazio-temporali, aprendo le menti dei più introspettivi e facendo scatenare i più furibondi.
Insomma, da questa breve e non esaustiva carrellata speriamo si sia compreso lo spirito open-minded dello Zuma Fest, spazio alieno e alienato caduto sulla Terra come una specie di monolite kubrikiano per indicarci la via da seguire: quella dell’alleanza intergalattica, della trasversalità, dell’impegno e del “presobenismo”. Zuma è finito, lunga vita allo Zuma.

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