Re-boot #1

L’avreste mai detto? Canzone d’autore in ogni dove. L’indie rock autoctono è sensibile come non mai ad uno degli elementi più nobili del nostro know how musicale di italiani medi. A realtà già affermate come Dente, Le luci della centrale elettrica e 33 Ore, risponde una pila di artisti emergenti che non rinuncia a offrire una propria visione della chanson impegnata. Come Fabrizio Frabetti in Uh! (6.6/10), rapito da un’ America fittizia e immaginaria un po’ à la Massimo Bubola e traviato da un Ivano Fossati nemmeno troppo lezioso. Tra chitarre elettriche sudiste (Le stelle della Cisa) e hammond (Hu!) ci si ritrova tra le mani un disco che mescola mestiere, buone idee e un dna melodico ineccepibile, fermo restando che la formula rimane piuttosto conservatrice. Appena più pop sono gli orvietini Petramante, il cui E’ per mangiarti meglio (7.2/10) – etichetta Martelabel – deriva dalla penultima generazione della scuola romana (Fabi, Gazzé) una rotondità di scrittura che li rende lievi e cutanei. Se incontrassimo una di queste dieci canzoni in una riviera sempre più cadaverica oppure in un etere non meno irrancidito, sarebbe un mondo un po’ più giusto. La produzione non sempre è centrata (le chitarre…), ed è un peccato perché i ragazzi hanno i numeri per ritagliarsi uno spicchio d’identità nella landa arida eppure ingombra del cantautorato al femminile (l’ottima autrice di tutti i brani è la cantante Francesca Dragoni). Si ascolti Atterro: Turci, Consoli e Donà sono avvisate.

Meno consueta è la proposta di Gianandrea Esposito in arte Verner, uno che si appiccica a certe musiche trasversali sospese tra “acusticherie” sudamericane e jazz, reggae mascherato da pop (Indifferente, Almeno credo) e melodie sghembe, chiaroscuri malinconici e leggerezza non superficiale. Nel suo Il mio vestito (6.9/10) affiorano altre tracce di scuola romana nonché una maturità sorprendente, chiaro segno di un percorso artistico consapevole e del consueto ottimo lavoro del producer Giacomo Fiorenza. Ancor più peculiare è la calligrafia della nostra vecchia conoscenza Humpty Dumpty, che esce in contemporanea con due lavori (entrambi in free download). Uno, Pianobar dalla fossa (7.1/10), è stato realizzato a quattro mani con Stefano Zuccalà e conduce il consueto stile di Humpty – una cruda/languida disamina del vivere moderno – sul versante più aspro e beffardo, sorta di cyber Faust’O col morbo Syd Barrett mai del tutto debellato. L’altro, che vede la collaborazione di Renato Q, è A Mile From Any Neighbor (7.0/10) e contiene cinque tracce di pop-wave talora stranite e algide, talaltra votate ad espansioni psych che non esiteremmo a definire Julian Cope.

A proposito di songwriting in english, i Pocket Chestnut col loro A Route To Peruvian Bistrot (7.1/10) suggeriscono come Mark Linkous lasci figli ineducati dove meno te lo aspetti, anche tra New York, Monza Milano e Kiribati (!). Così è la geografia dei Pocket Chestnut, che camminano con passo caracollante ma non troppo su didascalie blues-folk-rock e spirito poppeggiante. Degli Sparklehorse a profilo rialzato in pratica, ma anche l’insegnamento di Mr. Everett Eels quando la voce si appoggia sul pianoforte e spunta fuori tutto. L’ep è in download gratuito sul loro MySpace e conviene provarli, perché (a tratti) non sembrano neanche italiani. Lo sembrano così poco i genovesi Cartavetro che persino Mike Watt non si è fatto scrupoli a collaborare al loro We Need Time EP (7.4/10). Pubblicato da un pool di label (Marsiglia, Brigadisco, Anomolo, Tesla e Taxi Driver), è disco che vuole colpire duro senza smettere di credere al potere incantatorio di una chitarra, un basso, una batteria. Ruvidi sì ma per nulla grossolani, i tre grattano la scorza a melodie intense, ipnotiche, sofferte. Il sogno art-psych è ancora caldo nel taschino e infatti To Care apre le danze come dei dEUS strattonati Mudhoney, scomodando memorie Fugazi appena mollano le briglie. Zio Watt regala un cavernoso reading in testa alla title track, e loro ovviamente spendono devozione Minutemen (quella spigolosità senza vaselina) barattando però la stringatezza con un lirismo visionario e dilatato. Insomma, un debutto coi fiocchi.

Chi invece non è affatto un debuttante – già un paio di album alle spalle – è Jet Set Roger, protagonista di uno dei quattro ep del progetto Eureka promosso da Kandinsky Records per valorizzare realtà emergenti del bresciano. Le band chiamate in causa sono tutte belle cariche e ruspanti, ma tra i consueti kunzismi, agnellismi e teatri orrorifici, è proprio il buon Jet Set Roger (6.8/10) a farsi preferire col suo estro glam e italian beat che mischia disarmo ed assalto, minimi termini ed entusiasmo. Cambiamo decisamente prospettiva con i Bancali In Pietra che ci rispediscono nella Germania di metà anni Settanta. Ad accoglierci nel loro Autumn Ep (7.3/10), pubblicato da Tafuzzi Records, i Tangerine Dream di Zeit, tra krauti interstellari e droni, profondità liquide e inquietanti luminescenze. Curioso il percorso del gruppo, partito nei primi dischi da un concettualismo anarchico e inclassificabile che generava brani sotto i due minuti di durata e arrivato a una solida rivisitazione del lavoro dei corrieri cosmici tedeschi. Noi li preferiamo ora, anche perché il nuovo episodio a nome BIP è quanto di meglio ci sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi in tema.

Per finire, potevamo farci mancare del sano indie-pop? Dei mestrini Margareth, ad esempio, che nel loro White Lines (7.0/10) uscito per Macaco Records ingentiliscono in zona Beatles strutture pop acustiche e anglofone iniettandovi tante malinconie quanti indolenzimenti leggeri. L’effetto non è ovviamente inedito, ma la voce d’alone livido e i buoni intrecci tra chitarra, pianoforti a cascata (Night Talker) e batteria sottolineano una scrittura sempre di buon livello, in bella calligrafia insomma. Una proposta retrodatata ma emozionale, anche quando vagheggia sulle pianure Barrett prima di inondare l’aria con una tromba da Calexico della media pianura padana (The gate). Ok, per questo mese abbiamo finito. Ci rimettiamo in ascolto.
 

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