Alice Cooper è DETROIT
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Demented Burrocacao
- 4 Marzo 2021
Vi ricordate quando marinavate la scuola? Bei tempi senza dubbio: eravate giovani e spensierati, con quel tocco in più di ribellione che non guastava, insofferenti alle regole e agli insegnanti. Ai ragazzi all’ascolto che ancora lo fanno (nonostante con il Covid e le sue lezioni a domicilio sia spesso cosa surreale): sappiate che queste azioni da “guastatori”, quando sarete anziani, saranno il modo migliore per farvi salire in cattedra in futuro, dall’altra parte della barricata. L’esempio ce l’abbiamo proprio in questa nuova puntata di Geriatric Power: è tornata improvvisamente una leggenda del “grand guignol rock”, ovvero il mitico Alice Cooper, che alla tenera età di settantatré anni ci fornisce un album in cui non accenna a perdere un millesimo di potenza rispetto agli esordi degli anni settanta.
Ma attenzione, stavolta sono davvero lontani i tempi di School’s out: il nostro Alice ora – invece di celebrare il suono dell’ultima campanella – ci da lui stesso lezioni di rock con tanto di mantella imporporata. Arrivato ad una certa età, era forse prevedibile che il rocker decidesse di raccontare la sua storia, o meglio la storia di una delle città rock (e non solo) per eccellenza, nella quale è cresciuto: Detroit. Famosa oggi per aver partorito non solo il rock ma la techno, nei settanta era l’alternativa al fragore avanguardista di New York: tra le sue strade si formava gente come gli Mc5, gli Stooges, rock “ frontale” anticipatore del punk. Ma era anche la terra della Motown, del funk, insomma la città operaia patria dei motori brulicava di scene musicali agguerrite. Anche chi non era di quelle lande ne narrò le gesta: ricordiamo ad esempio i newyorchesi Kiss che con Detroit Rock City lasciarono un timbro indelebile sulla grandezza della città, senza contare che c’è chi a Detroit ha composto veri e propri inni. L’esempio è appunto nella traccia d’apertura del disco, una cover sentita di Rock n roll dei Velvet Underground, nel cui testo Alice sostituisce il nome della grande mela con… Detroit, certo: il brano fu scritto proprio in questa città d’altronde, e quindi rappresenta l’esportazione di un mito in terre “rivali”.
Cooper in questo disco è come se mettesse su una vera e propria rock opera su un’epoca oramai scomparsa, quella del fragore elettrico e sanguigno di strada, della gavetta, di palchi sudati, di eccessi e di sogni bagnati da chitarre ruggenti e indefesse: e la fa rivivere forse più massiccia che mai. E sì che Alice Cooper, per chi non lo sapesse, è quello che si è praticamente inventato Marilyn Manson e le sue pose di terrore, è quello che ha trasformato il palco del rock in uno spettacolo illusionista, tra ghigliottine e teste mozzate, enormi Frankenstein “ da nutrire” fabbricati con le sue fattezze e manovrati a mano, serpenti boa, e una musica glam/psichedelica che si è indurita sempre di più fino ad abbracciare il metallo pesante in molte delle sue forme. Il suo look caratterizzato da occhi cerchiati di trucco nero colante ha sdoganato il face painting che poi ha spopolato tanto nel black metal più estremo di oggi quanto nel pop più “melodrammatico”.
Ha fatto scuola e probabilmente Frank Zappa lo aveva capito, dandogli sostegno negli anni Sessanta, riconoscendo in lui un talento fuori dal comune. I suoi figli ahimè (Slipknot in primis) non hanno avuto tutti la capacità di essere autoironici in questo sfoggio di sangue e terrore grottesco, si sono sempre presi sul serio: questo con Cooper non è mai accaduto, se non nel periodo in cui il nostro era in preda all’alcool e neanche si ricorda cosa faceva, quindi era davvero fuori controllo e non ragionava a tavolino per mere pose commerciali (soprattutto in album come Special Forces). Perché Alice, anche quando il personaggio prendeva possesso della persona, conosceva la doppia faccia dell’orrore: che come quando da piccoli si ha paura del buio, si basa su inezie, su suggestioni anche comiche, è tutto un non/credibile parto della fantasia. Nonostante quindi sia stato un pioniere dei temi caldi e più controversi come l’omicidio, la follia, la necrofilia, non ha mai usato questi tabù come se fossero reali quanto qualcosa di incombente in un subconscio che non riesce ad accettarli e a eliminarli, se non con la loro messa in scena (il capolavoro Welcome to my Nightmare del 1975, primo disco interamente solista di Alice dopo aver mollato la band omonima, parla chiaro).
E in questo nuovo album tale fantasia è a mille, ma stavolta niente finzione e niente splatter tanto per. S’immagina invece il giovane Alice camminare per le strade di Detroit “leggermente” high, mentre annusa i fumi e il sudore della città, ne assapora la notte pronto per iniziare la sua vera vita come adulto e rocker. I suoni sono appunto come automobili assemblate in un’ officina, il sogno operaio che cerca riscatto, la working class che al posto della chiave inglese imbraccia una chitarra elettrica. Dopo la cover succitata del pezzo che già abbagliò le Runaways, il rock n’ roll è senza mezzi termini virato al punk: Go man Go è un perfetto manifesto del sempreverde“no future”. Insomma, del vivere come viene lanciandosi con uno “sticazzi” nella notte su un motore fiammante: «Should I slam on the brakes or step on the gas?» chiede Cooper alla sua bella nella canzone. Beh ovviamente lei dice GO!. E con il battesimo del fuoco della presenza di Wyne Kramer degli Mc5 e di Mark Farner dei Grand Funk Railroad (i grandi inossidabili vecchi del rock che mena), si parte per un viaggio nel quale il sound è un ritorno al futuro alle radici di Cooper.
Un divertito viaggio nella macchina del tempo, una rivisitazione priva di nostalgia ma anzi, rivitalizzata dal ricordo. Come succede alle migliori band, è proprio quando si riprende lo spirito del passato che gli acidi ti risalgono più potenti di prima (vedi i PIL delle recenti reunion): Alice non se lo fa dire due volte e rispetto al precedente Paranormal, che già tentava di riavvolgere il nastro un passo alla volta, qui si punta direttamente al classico moderno. La cover di Our love will change the world degli Outrageous Cherry (di cui Cooper è autore) profuma di figli dei fiori imbastarditi e leggermente rancidi rispetto all’originale molto più rassicurante, nonostante i testi cinicamente opposti alla musica spensierata (una specie di descrizione di un incubo della Family di Manson): ma è chiaro il recupero di un mood che oggi sembra fantascienza.

Le speranze comunque non muoiono mai, e tra fragole e sangue (volendo citare il famoso film generazionale), la roccia dell’hard rock prende il sopravvento. Social debris è un manifesto di intenzioni: la società vuole ingabbiare il giovane Cooper che si sente in trappola, ma il suo rifiuto di una musica preconfezionata e di un sistema di valori stantii è più forte, e il personaggio di Alice comincia a fare breccia nel buio del quotidiano, risorgendo dai detriti. Tant’è che nel brano c’è praticamente una reunion degli Alice Cooper quando ancora erano una band: i membri originari tornano infatti in azione menando come fabbri, quasi come se il tempo non fosse passato.
Un brano muscolare quindi, secco e passionale che lascia spazio alla divertita $1000 high heel shoes, un quadretto di amore sopra le righe, un amore “ruock” con una lei seminuda, collare al collo, tacchi alti, automobili che viaggiano per il gusto di viaggiare finché non c’è più benzina, debiti che non possono essere pagati, insomma un vero brano “on the road” che ha il pregio di essere un incrocio tra l’hard rock e il suono Motown che è chiaramente un omaggio passato attraverso un filtro quasi beatlesiano. Hail Mary è invece il classico intreccio tra demonio e santità, la donna come faro illuminante, redenzione e peccato, angelo e demonio: una preghiera carnale che ha il sapore di un rythm and blues indurito da spruzzi di sperma glamster che manco i Mötley Crüe (assolazzo compreso). Detroit city è una ripresa della canzone già presente in The Eyes of Alice Cooper ed è una dichiarazione d’amore per la città dell’hard rock, la città natale dove «sono nato e dove morirò coi miei capelli lunghi» suonando musica «louder and faster», che si apre con un elenco di grandi nomi del rock in passerella: un brano di cuore, cantato in maniera eccellente e suonato meglio, orgoglio del campanile che poi diventa il mondo.
Ma non c’è rock senza un bluesaccio: Drunk and in love è proprio questo, zozzone quanto basta, prevedibile quanto basta per essere vero ed universale nella sua crudezza di strada. Un brano che senza dubbio ricorda il passato di alcolizzato di Cooper, quando a tutti gli effetti si stava riducendo a vivere in una scatola di cartone. Suonato dall’“allegra” brigata come se fosse l’ ultima cosa che fanno, trova il suo alter ego nella successiva Independence Dave, un rock’n’roll alla Berry tirato e salmodiato come se il nostro citasse la Def Jam, in cui si tessono le lodi della libertà, in cui tutto è negazione e per questo affermazione d’indipendenza. Quella che molti odiano: e infatti in Hate you si lascia la parola agli haters di Alice e del suo stile di vita, che poi però non possono vivere senza di lui «But, most of all we’re filled with rage at the empty space you left on stage», perché altrimenti con chi prendersela?? Uno dei brani più “storti” del lotto che ha anche vaghi sapori “alternative rock” e straborda di acida ironia verso tutti e tutto. Tanto che pensi, “vabbè sarà finita”, e invece no.
Il nostro Alice ha altre cinque frecce al suo arco: iniziamo con Wonderful World, dove fanno capolino le influenze new wave del Cooper dei primi anni ottanta con un delirante ribaltamento di valori che prende per il culo il nostro “nuovo mondo” che ci vorrebbe tutti spietati e ladri, altro che Louis Armstrong. In un certo senso la stessa cosa che vuole la Sister Anne del brano che segue, cover degli MC5 (già nell’Ep Breadcrumblers) eseguita in modo quasi filologico e chiara ironia delle paladine del cattolicesimo salvifico che invece nascondono sotto le gonne incredibili ipocrisie. Hanging on by a thread è invece un pezzo che rasenta il nu-metal e sembra ispirato nel descrivere il momento delicato della pandemia, quando la disperazione dell’isolamento porta al suicidio (tanto che in coda al brano lo stesso Cooper pubblicizza un numero di pronto intervento per prevenirli). Cooper ci dice che siamo sette bilioni di esseri umani nella stessa barca, non arrendersi è l’unica soluzione. E chiaramente un modo per reagire in modo efficace è chiudere la bocca e fare rock: Shut up and rock, oltre che un consiglio graditissimo, è un pezzo supertirato che vede una grande performance di Larry Mullen degli U2 (già chiamato tempo addietro dal nostro Alice) alla batteria, un rock & roll senza peli sulla lingua che dice le cose come stanno, ed è sempre più raro oggigiorno con un nazi fricchettonismo di ritorno che sembra imperare: «Non voglio sentire parlare della tua lezione di yoga o di come hai trascorso la giornata / Non voglio sentire del tuo passato doloroso / Non mi interessa comunque / Non si tratta delle tue labbra o dei tuoi fianchi perfetti / Tesoro, stanno bene». Ed è un finale scoppiettante la cover di Bob Seger, East side story, una delle sue prime cose scritte all’inizio per gli Underdogs, un gruppo di Detroit. Il cerchio si chiude, la storia si compie. Ma soprattutto, sembra l’inizio di una seconda parte, di un sequel forse prima tappa di molte altre, perché quindici pezzi sono tanti, ma non abbastanza per coprire una vita sui palcoscenici.
In sostanza Detroit stories non è un capolavoro, non è un disco che farà tendenza, non è un disco nato per andare chissà dove. E non contiene brani del tutto inediti: anzi, tra cover e rifacimenti sembra quasi un greatest hits “di misura”. Ma è il parto di una leggenda (e dei suoi fidi scudieri, quali un inossidabile Bob Ezrin alla produzione) che vuole fare il punto della sua storia con passione, facendo della vecchiaia una leva, un punto di forza, un vanto imbattibile: e soprattutto vuole mappare la storia del rock . Il rock suonato perché bisogna farlo, perché è un piacere, perché nulla può sostituire quelle quattro battute trite e ritrite, neanche la trap più monocorde. Alice Cooper in questo bel disco dimostra che alla fine, dopo tutto questo casino, l’unica cosa a rimanere in piedi è il rock, che neanche la guerra fredda e le minacce atomiche hanno fermato, perché lui non si nasconde dietro a uno schermo. E allora datevi e diamoci da fare, ridiamo gas ai motori delle nostre personali Detroit: più forte di volume, più veloce, e sarà subito “it’s all right”.
