Bob Dylan…just like a Nobel

«…per aver creato nuove poetiche espressioni all’interno della tradizione della grande canzone americana».

La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo del Nobel a Dylan, è stata una scenetta di lui, Sua Bobbità, che improvvisa un curioso balletto swing su – mi pare – ‘Til I Fell In Love With You, durante un lontano, anzi ahimé lontanissimo, concerto in quel di Perugia. Correva l’anno 2001 e tutto mi sarei aspettato tranne che quella leggenda azzimata e scostante, la voce ormai ridotta all’eco dalla caverna di un passato formidabile, si mettesse a ballare. Come se non potesse esimersi dal farlo, dall’obbedire cioè al mistero, al sortilegio, al rapimento, all’effervescenza della musica. No, non poteva trattarsi di un gesto gratuito. Dylan sembrava volerci dire qualcosa, e se dovessi forzare la mano, proverei a tradurre quella piccola, sbalorditiva coreografia con queste parole: “la musica arriva, mi attraversa, e dirige le danze”.

Ho ripensato a quell’episodio perché la principale critica mossa – con una certa veemenza anche, e neanche troppo sorprendente – nei confronti di questa assegnazione è stata più o meno: Dylan non è uno scrittore. In effetti, è vero: Dylan non è uno scrittore. Ha pubblicato la miseria di due libri. Un romanzo, lo sperimentale (e non riuscitissimo a dire il vero) Tarantula. E una biografia, l’invece meraviglioso Chronicle Volume 1. Pochino, in effetti. Un’inezia, specie se confrontata con l’opera di un Philip Roth o di un Don DeLillo, probabilmente i due più grandi scrittori viventi (casomai un’affermazione del genere avesse un senso), per i quali non nascondo di avere fatto il tifo (casomai avesse un senso, fare il tifo per l’attribuzione di un Nobel). L’ovvia considerazione successiva è che il repertorio letterario di Dylan coincide coi testi delle sue canzoni. Spesso quest’ultima frase messa lì a significare che, beh, in fondo quello sono: canzoni. Non sto qui a dire quanto i testi di queste canzoni siano belli, visionari, stordenti, formidabili, enigmatici, aspri, languidi, duri, elusivi, allusivi, caleidoscopici, brucianti, brulicanti, evocativi, scomodi, profetici, difficili, chiari, inquietanti e confortevoli come un riparo dalle tempeste e dalle giravolte del fato che la vita ci riserva ogni fottuto giorno. Che dovrei scriverlo a fare, lo sapete benissimo da voi.

Il punto è che quei testi sono quello che sono perché abitano nelle canzoni, rendendole appunto canzoni. Chi parla dei testi di Dylan come di “poesia”, fa un torto alla Poesia e alle Canzoni. Ma anche questo aspetto della questione sono certo che sia ben chiaro più o meno a tutti. Mi concentrerei semmai sulla motivazione della sacra commissione del Nobel in merito alla scelta di Dylan, che recita testualmente: «…nuove poetiche espressioni ALL’INTERNO della tradizione della grande canzone americana». All’interno, ok? Sembra cioè che quei benemeriti svedesi abbiano voluto premiare proprio il Dylan che fa letteratura facendo musica, quindi una dimensione della letteratura che non è più letteratura ma è un’altra cosa, una sfida agli steccati culturali che separano letteratura, musica, ma anche teatro, cinema, danza eccetera.

Buttiamola sul pratico, d’accordo? Così, tanto per alleggerire il discorso. Mi chiedo: a cosa serve il Nobel per la letteratura? Nelle sue ricadute pratiche, a consacrare un autore presso appassionati e addetti ai lavori, e a farlo scoprire o riscoprire (dipende da quanto il premiato fosse già noto) presso il grande pubblico. Inoltre, il Nobel indica tradizionalmente una direzione, è una sorta di pietra miliare posta a indicare il percorso e uno stato delle cose. Di fatto, e qui veniamo al lato pratico, poi si vendono un sacco di libri del premiato di turno. Ecco, cosa dovrebbe accadere adesso? Si venderanno un sacco di copie dei due libri succitati di cui Dylan è autore? Si venderanno le raccolte dei testi? Oppure il pubblico, muovendosi per colmare le proprie lacune sul Dylan Premio Nobel per la letteratura 2016, ne acquisterà gli album e le antologie? Sono pronto a rinunciare al mio sesto caffè giornaliero e a scommettere un euro sull’ultima di queste tre opzioni.

Anche perché è giusto così, perché è lì il Dylan che è stato premiato, nei suoi dischi, nella musica. È lì il Dylan che ha cambiato le cose, con quello sberleffo stentoreo di voce, col folk che si è schiantato sulla variante scivolosa del blues-rock, innescando una fruttuosa catena di effetti collaterali che di fatto hanno determinato il panorama culturale dei Sessanta e dei Settanta, senza smettere oggi di farsi sentire come un monito ahinoi sempre più lontano, vivo anche se non più decisivo. Ecco, il premio Nobel a Dylan non è inopportuno, semmai è fuori tempo massimo. È un premio alla carriera. Vale lo stesso discorso anche per il (folk)rock, ormai ridotto a suppellettile culturale, quindi estetica e commerciale. Ma è lo stesso un segnale importante, perché nel premiare il più grande autore che la “musica leggera” abbia mai avuto, quelli del Nobel mettono in discussione se stessi e il nostro organigramma culturale. Ci dicono che, in pieno ventunesimo secolo, occorre ripensare la nostra idea di letteratura come processo principe di narrazione del presente, e soprattutto che è necessario abbandonare la disposizione a compartimenti stagni: per citare una cosa che ho sentito dire a Michele Mari, scrittore – è autore tra l’altro dell’ottimo Rosso Floyd, sorta di processo onirico organizzato attorno al “delitto” Syd Barrett – e docente di letteratura italiana all’Università Statale di Milano, «come si può oggi fare letteratura senza conoscere Kubrick o i Pink Floyd?». Mi permetto di aggiungere: e senza Keith Haring e Alan Moore? E come ignorare il fenomeno delle serie TV, sempre più raffinate e mature?

Le critiche al Nobel a Dylan probabilmente nascondono il tentativo di difendere un’idea di letteratura in crisi, che però proprio superando questa crisi può sperare di esistere come una forma espressiva contemporanea, nel presente e in grado di raccontare il presente. E insomma, niente: più ci penso e più continua a sembrarmi una grande notizia.

14 Ottobre 2016
14 Ottobre 2016
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