Bruce Springsteen, scatto fornito da Apple (2020)
Geriatric power

Bruce Springsteen. La lettera nella bottiglia di Whiskey

Vi ricordate i bei tempi del rock da stadio? Del sudore, delle performance che erano roba bella tosta, dalle quali uscivi rivitalizzato da ore e ore di musica vissuta da migliaia di persone tutte ammassate tra loro? Era un rito, un discorso religioso a livello pagano, una cosa che ahimè adesso non possiamo più concepire se non a data da destinarsi. Chiaramente questo tipo di discorso aveva i suoi fuoriclasse, che di solito erano i vecchi leoni del rock: uno di questi era Bruce Springsteen, che se non era il numero uno, di sicuro ci andava molto vicino. Perché i suoi live erano roba da minatori, da gente che zappava la terra, da operai infaticabili e invincibili: il piglio del Boss era sempre quello del working class hero, look semplice fatto di una maglietta bianca e dei jeans, niente di più niente di meno. L’icona di Born in the USA, che fu uno dei primi dischi che mi comprai (poco importa se poi il Boss ha fatto i soldi, il riscatto sociale vuole anche questo prezzo). La buonanima di mia madre stava in fissa per lui, proprio per queste caratteristiche: io a un certo punto iniziai a suonare la chitarra e presi a modello il suo stile, indossando una sua t- shirt e bandana in testa facevo i primi passi zappando su un’elettrica usata a tracolla. Perché la cosa bella di Bruce era la sua semplicità, l’essere diretto, grattugiare quella chitarra come se stesse lavorando alla costruzione di un muro in cantiere.

Tutti i lavoratori si ritrovavano nel suo modo di porsi, e così anche le sue canzoni parlano di situazioni vere, lontane dai riflettori, in zone periferiche dell’America che soffre, ma resiste. Chiaro che non tutti i dischi di Bruce mi piacciono, e sarebbe anche triste fosse cosi: è un artista “confrontational” anche quando oramai è digerito dallo stardom e sembra quasi rassicurante, che va per la sua strada e non si pone tanto il problema di piacere a qualcuno se non all’evoluzione della sua poetica, che ha alti e bassi come alla fine quella di Dylan. Potrei sintetizzare Springsteen in quello che secondo me è immortale eredità, nell’incredibile Nebraska, registrato in casa tutto da solo e carico di un’intensità forse mai più ritrovata, Dico forse, perché questo nuovo disco, A letter to you, è carico di un’emotività dirompente che è specchio dell’età matura. O meglio, il nuovo album del Boss arriva quando è ora di fare i conti con gli spettri che hanno sempre inseguito i bluesman che sentono la fine incombente dei loro giorni, biologica o meno.

Bruce Springsteen Letter To You

Springsteen ha deciso di raccontare la vecchiaia che avanza e il guardare in faccia la morte come una possibile compagna che – come in tutta la musica medioevale da ballo – va distratta col suono, con la musica, affinché non agisca. E quindi ecco un nuovo capitolo, che però attenzione, è forse di base un ibrido tra Nebraska e Born in the Usa. Il ritorno dell’intera E Street Band non è solo qualcosa di commovente, ma anche un modo per trovare una comfort zone che aiuti a sondare il luogo oscuro che è lo scorrere della vita. E se ben ricordate Nebraska, sarebbe dovuto essere suonato dall’E Street Band, poi invece Little Steven ascoltando i provini disse al Boss di non toccarli e di pubblicarli così com’erano.

Questa volta no, tutto sembra che funzioni per avere i suoi compagni di battaglia al suo fianco già da subito, e ovviamente come in tutte le battaglie non ci sono differite, si combatte in diretta. Ecco quindi che il disco è tutto registrato senza overdub e soprattutto senza demo preliminare (quindi il negativo del procedimento di Nebraska), con il gruppo a suonare insieme live in studio come delle macine, voce di Springsteen compresa, cercando di trovare il sound più vero possibile. E da un certo punto di vista è come quando si beve un vino invecchiato sì, ma pregiato e delizioso: d’altronde la voce del Boss è cambiata, è più vissuta, rauca, arriva dove vuole anche con poche modulazioni e si permette anche di non essere perfetta, ma anzi di inciampare sugli acuti.

C’è dentro la saggezza di una vita a rocckeggiare e a traccheggiare tra le bettole fumose dove scorrono fiumi di birra e si gioca a biliardo, quelle dipinte nel video di Glory Days, la canzone – contenuta in Born in the USA – nella quale un vecchio giocatore di baseball finisce in disgrazia, cambia vita e diventa operaio, mette su famiglia ma quella fiamma non è ancora spenta, gioca comunque e la forza di farlo gliela dà il ricordo di quei giorni di gloria che alla fine sono in realtà quelli che sta vivendo, perché è ancora in piedi. Ecco, quella canzone che viene dal 1984 è un po’ il perno sul quale gira il nuovo disco: lì c’era una nostalgia, qui non ce la possiamo permettere. Ma il Boss è ancora in piedi: unico superstite della prima band in cui militava, i Castels. Il disco, infatti, prende forma dopo la morte di George Theiss, che suonava con lui in quella ragione sociale ma che mai riuscì ad avere il successo meritato. Dobbiamo quindi descrivere il presente dei sopravvissuti, ricordando il valore di chi se n’è andato e non ce l’ha fatta, ma non guardare indietro: capire cosa non funziona e quali siano le sensazioni di un individuo come Springsteen che da uomo, con l’età, si trasforma piano piano in una quercia, poiché accarezzato dall’idea di smettere di camminare.

Bruce Springsteen, still dal videoclip di “Letter To You”

Ma il richiamo del contingente della vita è una posta in gioco talmente alta e attraente che supera qualsiasi tentazione di gettare la spugna. Un altro aspetto importante di questo disco è quello che è sempre stato sottotraccia in gran parte della produzione del Boss: ovvero che Springsteen avrebbe voluto essere Alan Vega dei Suicide. Grande fan del duo ma soprattutto del suo carismatico cantante, di cui era grande amico, che incarnava un rock & roll non solo cibernetico, ma romantico nel senso maledetto della parola. Le grandi ballate di Vega, come da stilema del Nostro concepite come un loop infinito in cui si filtrano e si sintetizzano anni di rock’n’roll, sono quello che interessa forse di più al Boss, il quale non solo rileggerà Dream Baby Dream dei Suicide, ma soprattutto svilupperà l’album Born in the Usa, e in particolare la title track, come se uscisse da Juke Box Baby di Vega, ma trasformato in inno stadium rock. Anche in Nebraska certe canzoni sembrano tirate fuori dai cassetti del nostro Suicide, il quale ammetterà candidamente che ad esempio State Trooper gli sembrava all’inizio fosse una sua canzone inedita di cui si era dimenticato. Ecco in questo disco l’anima di Vega (col cambiare delle corde vocali del Boss si sente una maggiore affinità) e quella di Dylan (soprattutto nella struttura dei brani) s’incontrano magicamente, suonate ovviamente da una E Street Band in formissima che gli dà quell’anima di bar rock di periferia dell’impero comprensibile da praticamente tutti senza cadere nelle banalità AOR che ci si potrebbe aspettare, sul cui filo camminano da perfetti equilibristi.

Ascoltando per esempio The House of Thousand Guitar sembra proprio che manchi solo una batteria elettronica tipica di Vega ad accompagnare questa nenia in anello, tutta uguale, ode autistica al potere salvifico del rock. Un disco per questo motivo caldo, analogico quanto basta, che tra l’altro ripesca alcuni pezzi degli anni settanta finiti in chissà quale cassetto (nello specifico Jeanny Needs a Shooter, If I Was the Priest e Song to Orphans), che riportano subito a un’idea di tradizione cantautoriale che non è ancora stata davvero rinnovata in maniera puntuale (non ce ne voglia Fiona Apple), che applicata ai tempi moderni crea uno sfasamento temporale che ce le fa sentire attualissime. E soprattutto, Bruce non smette di essere militante, con una Rainmaker nella quale viene appunto smascherata la credulità della gente rispetto ai politici che promettono e che trasformano il nero in bianco e il bianco in nero.

In Ghosts il tributo a Vega continua ad essere evidente, un peana dedicato a tutti i compagni di band perduti negli anni, come il grande sassofonista Clarence Clemmons, perché il rock non si può fermare e i fantasmi più che affrontati, vanno individuati nella vita di tutti i giorni, perché sono ancora tra noi ad aiutarci a tirare avanti il trattore dell’esistenza. E se i tuoi genitori muoiono, niente paura: Springsteen è lo zio che ti dice cosa NON fare: «Times grew thin / and the axis grew somehow incomplete / Where instead of child lions / we had aging junkie sheep». Song for orphans è un invito alle nuove generazioni orfane di punti di riferimento a non farsi fregare dai miti sia negativi sia positivi e di andare al succo della propria individualità. E in Jeannie Needs a Shooter Bruce non solo è femminista, ma anche parecchio esplicito descrivendo una anti-eroina che viene costantemente violata dalle mani degli uomini, che sia un ginecologo, un prete o un poliziotto: tutto quello di cui ha bisogno lei è invece di qualcuno che la aiuti a farli fuori.

Per cui questo è un disco che parla di liberazione: dall’oppressione, dal fardello del passato (per chi è oramai anziano) e della spada di Damocle del presente (per chi è giovane). E mettendo le cose insieme Springsteen riesce a far quadrare la strana avventura che è la vita proprio col rock, che è un genere non genere, che più che col suono trascende le età con la spinta, eterna e corroborante, a non arrendersi. E, in effetti, Springsteen si stava arrendendo al blocco dello scrittore, salvo poi liberarsi improvvisamente dopo solo una settimana, forse un record nella velocità di risolvere un problema. Ma col Covid ne sono subentrati altri: primo tra tutti, l’impossibilità di portare in tour il disco se non entro il 2022, come realisticamente pensa di fare Springsteen. Che allo stesso modo sottolinea il fatto che finché hai venti anni non ti interessa, ma a settanta anche due anni in più possono fare la differenza: soprattutto la E Street Band pare sia ora in grande spolvero e non è detto che lo sarà ancora per molto. Paradossalmente quindi, il disco, così intimista come potente e nato per uscire da un impasse esistenziale sulla quale grava la morte, sembra perfetto per questo periodo storico pandemico in cui l’amletico quesito essere o non essere sembra rispuntato dal cilindro, senza che Springsteen potesse prevederlo.

A letter to you è quindi un disco testimonianza ai posteri, quelli che supereranno questa merda, e non sappiamo se diventerà mai un magniloquente e catartico tour, ma forse non ne ha bisogno. È fermo nel momento in cui un’anima s’interroga, scava nella propria solitudine, di fronte a un mondo che sembra voltare le spalle, quindi pensarlo come un disco per adepti è inappropriato. Certo potremmo obiettare che il sound del disco, per quanto vero, non sia propriamente moderno, che risenta di una certa classicità country mainstream: possiamo dire quello che vogliamo sul fatto che certe volte non renda giustizia agli arrangiamenti sempre perfetti della E Street Band. Ma è comunque il tentativo è di creare un classico, che faccia da sintesi temporale tra lo Springsteen più massiccio e quello più leggero, non è importante che sia in linea con le mode, le classifiche o cavolate del genere. E la cosa interessante è che alla fine questa presa di posizione ti convince, ti senti gli attacchi possenti della batteria e ne godi, in qualche modo vedi davanti a te un uomo che ne ha viste tante e tante te ne racconta col cuore in mano. Perché, come semplicemente rivela il Nostro in una intervista per Repubblica a Ernesto Assante, «Il disco è centrato su due argomenti, quello della perdita e quello della gioia di fare musica come membro di una rock’n’roll band, quella strana sorta di fratellanza in cui entri quando sei molto giovane, il che significa che quarantacinque anni dopo stai ancora suonando con le stesse esatte persone con le quali andavi al liceo. Non ci sono altri lavori che te lo permettono. È questo che ha ispirato la scrittura del disco e ho scritto le canzoni in circa dieci giorni. E la band le ha registrate in cinque giorni».

Un atteggiamento che sembra quasi punk, anzi forse oltre, che non ti aspetti da un uomo di settantadue anni che potrebbe spendere miliardi in una produzione laccata per tornare in vetta. E invece ecco questa lettera scritta di getto accanto al camino di una vita fatta di chitarre e fatica e bottiglie di whiskey di cui senti l’aroma tra le note, bottiglie usate per lanciare questa lettera nel mare della Storia sicuro che qualcuno la riceverà prima o poi. Non è detto che in questo lockdown Springsteen non abbia già pronto un altro disco, magari davvero il nuovo Nebraska. Speriamo di sì perché questa sarà pure una lettera ai fan, ma stavolta la posta si è sparsa un po’ dappertutto e ci insegna che il rock alla fine, è rimasto puro solo nel Boss.

I più letti