I cosiddetti contemporanei

Un bizzarro precursore

Quando scherzava la gente non ci credeva, quando ha cominciato a fare il serio tutti ci hanno riso e lui se l’é presa. Forse Satie non l’ha mai capito nessuno e probabilmente è quello che lui ha sempre voluto.

Progressista e conservatore. Colto e bizzarro. Ironico, iconoclasta, sarcastico. E chi più ne ha più ne metta (di aggettivi). Ancora oggi, ascoltando la sua musica, risulta difficile definirne i confini, in quell’ambiguità che la fa apparire seria e giocosa allo stesso tempo. Tutto il Novecento musicale è in qualche modo debitore di Erik Satie, per quanto la “grande musica” non l’abbia mai neanche accostato ai “grandi” della sua epoca: Debussy, Ravel, Stravinskij, Mahler. Troppo poco “serio” per ottenere il parere unanime dell’Accademia (e del pubblico). Troppo anticonformista per diventare un “classico”. Eppure Satie il suo momento di gloria lo ha avuto, quando è diventato esponente di spicco delle avanguardie parigine di inizio secolo, camminando a braccetto sulla riva della Senna con personaggi come Pablo Picasso, René Clair, Jean Cocteau. Ma non era un giovane, aveva già passato i quarant’anni e si avviava a trascorrere l’ultimo periodo della sua vita tra provocazioni e ripensamenti.

Il giovane Satie aveva vissuto esperienze ben diverse, spesso e volentieri suonando il pianoforte di un café chantant, lontano da quegli ambienti “colti” che lui stesso si divertiva a sbeffeggiare.

“JE SUIS UNE GYMNOPEDISTE”

Honfleur è una piccola città della bassa Normandia, nord della Francia. E’ lì che nasce, il 17 maggio del 1866, Eric Alfred Lesile Satie. Eric, con la “c”. La “k” alla fine ce l’ha messa lui: ennesima provocazione di un personaggio che non ha mai smesso di rappresentare tutto e il contrario di tutto. Non amava farsi chiamare musicista, ma gymnopediste (aggettivo intraducibile riferito alla gymnopaedia, antica danza di Sparta), senza un motivo particolare. Il nonsense, del resto, è stato per lui una specie di leitmotiv che ha caratterizzato tutta la sua vita artistica, conducendolo fino alle esperienze dadaiste.

Divenuto orfano, Satie comincia molto presto la sua vita di “vagabondo” trasferendosi a Parigi. Avvezzo allo studio non lo sarà mai: nel 1879 riesce ad entrare al Conservatorio della capitale francese ed è lì che probabilmente conosce per la prima volta Debussy. Ma la sua carriera di musicista “professionista” finisce presto, dopo essere stato definito “privo di talento” dai suoi stessi insegnanti. Espulso dal Conservatorio ci ritornerà dopo due anni, ma senza nessun miglioramento. Preferirà partire per il servizio militare, ma sotto le armi resisterà ben poco e con un “imbroglio”, dopo qualche settimana, riuscirà, non si sa come, a ritornare un cittadino libero. La vita del compositore sarà, di lì in avanti, un continuo stravolgimento delle posizioni prese, come se la sua esistenza fosse di per sé un’opera d’arte e lui ne fosse l’oggetto principale.

Nel 1887 si trasferisce a Montmartre e lì stringe una stretta amicizia con il poeta Patrice Contamine, le cui poesie gli forniranno spunti interessanti per le sue prime opere pianistiche. Sono di questo periodo le prime due Gymnopedies (la terza sarà pubblicata solo alcuni anni dopo) e le Gnossiennes, brevi composizioni inizialmente trascurate e in seguito divenute un marchio distintivo della musica di Satie: l’estrema esilità della scrittura e la semplicità strutturale di questi brevi pezzi pianistici starà alla base, seppure in forme molto diverse, di tutta la sua arte.

Uno degli elementi più caratterizzanti del suo eclettismo sarà il cabaret, presenza costante (se di qualche tipo di costanza si può parlare nella sua vita) nel suo percorso artistico. Un percorso che spesso intraprende strade incomprensibili se non associate all’ambiguità del personaggio. Satie mischia il “sacro” e il “profano” con una facilità disarmante: grande frequentatore del locale di Cabaret “Le Chat Noir”, dove spesso si diverte ad intrattenere i presenti suonando il piano, aderisce presto alla setta misteriosofica Ordre de la Rose – Croix Catholique, du Temple et du Graal, divenendone Maestro di Cappella, fino a diventare un “Gentiluomo Vellutato”, iscriversi al Partito Comunista Francese e ritornare agli studi “seri” entrando, nel 1905, già musicista consumato, alla Schola Cantorum per studiare il contrappunto.

LA GLORIA E IL “SATISMO”

Elencare gli episodi della vita di Erik Satie e le sue opere significherebbe fare un lunghissimo elenco delle provocazioni con le quali il compositore francese si è fatto largo tra i suoi contemporanei. In una Parigi che, a cavallo dei due secoli si preparava, culturalmente parlando, a diventare la capitale più rappresentativa e propositiva d’Europa nel passaggio dalla modernità alla contemporaneità, Satie non prenderà mai una posizione netta e coerente nei confronti dei movimenti artistici radicali dell’epoca (impressionismo, simbolismo, surrealismo, dadaismo), a testimonianza di quello spirito libero che lo ha reso una sorta di “cane sciolto” della musica contemporanea.

Di questo si accorse John Cage, un altro grande provocatore della contemporaneità, e ne fu affascinato:“Per interessarsi a Satie occorre cominciare non avendo interessi, accettare che un uomo sia un uomo, lasciar perdere le nostre illusioni sull’idea di ordine, di espressione dei sentimenti e tutti gli imbonimenti estetici di cui siamo gli eredi. Non si tratta di sapere se Satie è valido. Egli è indispensabile”. Le sue Vexations rappresentarono una sorta di punto di riferimento per gli esperimenti del compositore americano. Le prime esecuzioni di questo brano sono diventate famose proprio ad opera di Cage, che interpretò alla lettera l’indicazione in partitura “da ripetere 840 volte”. Ne venne fuori un vero e proprio tour-de-force che tenne impegnati cinque pianisti, che suonarono alternandosi dalle sei di sera al mezzogiorno successivo!

La gloria arriva nel 1917 con la pantomima Parade, apoteosi di un’ ”estetica del circo e del music hall che in quegli anni veniva contrapposta alle seriosità post-romantiche e alle vibrazioni simboliste” (Guido Salvetti). Il cast a dir poco esclusivo ne garantisce di per sè il successo: le sceneggiature sono di Cocteau, le scene di Picasso e la coreografia di Sergeij Djaghilev. Tutt’a un tratto il mondo si accorge di lui e non mancano gli adepti, che cominciano ad affollarsi attorno al Maestro. Il cosiddetto “Gruppo dei Sei” (che comprendeva i musicisti Darius Milhaud, Francis Poulenc, Arthur Honegger, Georges Auric, Louis Durey e Germane Taillferre) troverà in lui il vero animatore e ispiratore. E Satie ripagherà come suo solito con un entusiasmo “a orologeria”, che ben presto si trasformerà in un dissenso molto forte con alcuni di loro.

Attorno agli anni Venti, si fa avanti in lui un atteggiamento che molti hanno definito “socratico”. Una sorta di espressione di saggezza che si manifesta in un atteggiamento serioso, sia nella vita che nell’arte, spiazzando ancora una volta un po’ tutti. Quando presenta il suo Socrate, per voce e piccola orchestra (da cui Cage trarrà spunto per Cheap Imitation), un pubblico ormai abituato alle sue provocazioni, lo accoglie con grandi risate. Il compositore, invece di compiacersi della reazione suscitata va su tutte le furie, testimoniando la sua (ri)conversione “seria”. E, sempre e comunque, provocando. Ma non gli resta ancora molto tempo per stupire. Erik Satie muore il 1 luglio del 1925 in un ospedale parigino, povero ma illustre.

SATIE PADRE DELL’AMBIENT MUSIC?

Un precursore. Molti lo hanno definito così, anche impropriamente, e soprattutto dopo la sua morte. Del resto le “acrobazie” del compositore, quel suo naufragare tra le mode e le contraddizioni dell’epoca permette di collocarlo facilmente ovunque. O da nessuna parte. In ambito popular c’è chi lo definisce il precursore dell’ambient music e non a torto. Il concetto satiano di “musique d’ameublement” (da cui prende il nome anche una sua composizione del 1920) non è molto lontano da quello di “discreet music” che cinquant’anni più tardi farà la fortuna artistica (ed economica) di Brian Eno. E’ vero che l’interesse particolare per questo tipo di funzione della musica è ristretto ad un periodo molto breve della carriera del musicista francese (come qualcuno potrebbe obiettare), ma è vero anche che tutta la musica di Satie è pregna di quella “discrezione” che la rende “Musica d’arredamento” . Dalle famose Gymnopedies alle ultime composizioni, una caratteristica abbastanza costante nella sua musica è quella mancanza di punti di riferimento, di elementi d’attenzione, che la rendono fatua, quasi eterea, senza consistenza. Gli aeroporti e i supermercati erano ancora un miraggio nell’Europa di inizio Novecento, la muzak non aveva nessun contesto in cui nascere, eppure c’era già qualcuno che pensava che la musica potesse avere diverse funzioni e, nel piccolo della sua casa, immaginando le note come soprammobili, si era avvantaggiato sui tempi. Forse troppo.

The Essential Erik Satie

◦Trois Melodies (su testo di Contaimine de Latour) (1887)

◦Gymnopédies (1888)

◦Gnossiennes (1890)

◦Sonneries De La Rose + Croix (1892)

◦Vexations (1893)

◦La Belle Excentrique (Fantaisie Sérieuse) – per pianoforte e orchestra di Music Hall (1902)

◦Embryons Desséchés (1913)

◦Parade (Ballet Réaliste) (1917)

◦Socrate – dramma sinfonico per pianoforte, orchestra da camera e voci (1918)

◦Musique d’Ameublement (1920)