Gimme some inches

Gimme Some Inches #26

Si presenta con un lavoro a nome Umberto la Black Moss, nuova label del sottobosco italiano. Una lunghissima traccia che riproduce la sensazione near death experience attuata in Final Exit, è un buon viatico ideologico per la neonata etichetta e l’immaginario di riferimento: non il suono Goblin-oriented apprezzato nelle uscite targate Not Not Fun, quanto un lungo excursus di matrice dark-ambient che è una letterale soundtrack d’accompagno nell’ultimo viaggio. Non c’è b-side proprio perché dopo morti, chi girerebbe il disco?

Per una morte simulata, una fine reale. La serie Phonometak che tante volte abbiamo incontrato in questa rubrica giunge al capolinea con il vol.10, appannaggio di Paolo Cantù e del padrone di casa Xabier Iriondo. La fine come inizio se si considera che, seppur storici chitarristi dell’area impro-rock italica (SMWM, A Short Apnea, Uncode Duello per citare solo quelli accasati alla Wallace), i due giungono all’esordio in solo proprio con questo pezzo di vinile. Da un lato quattro pezzi di Cantù che tra evanescenze spettrali (Huljajpole) quasi etno-folk, frattali di suoni in libertà (The Big Bounce), dilatazioni haunted (Cosmetic Cosmic City) e esotico jazz isolazionista (Ityop’iya) si mostra in inedite forme. Dall’altro Iriondo che lascia da parte i soliti strumenti auto costruiti, per offrire due lunghe tracce da “riscopritore antro-musicologo”: nastri, vecchi vinili, voce lontane, frattaglie sonore stratificate e maltrattate è ciò che troverete in The 78RPM Legacy e Elektraphone Eta Euskaldunen Pilota Jokoa, con quest’ultima fantastica in certi momenti quasi Naked City.

Altro 10” vinilico da segnalare è la terza uscita della Aluminium Series. Protagonisti del pesante e straordinario manufatto targato MacinaDischi, gli A Flower Kollapsed e la scelta non poteva essere migliore. Per il terzo album, i trevigiani s’accoppiano alla perfezione alla materia che ricopre il 10” (al solito, alluminio punzonato a mano d’alta scuola artigianale) tanta e tale è la durezza del post-math-core dei quattro: mai un momento di pausa, mai una luce che filtri dal plumbeo orizzonte disegnato a suon di bastonate noise-core tra i denti (All Nature Is My Nature), contorte evoluzioni math (Mud), drammatici stop’n’go da r’n’r inacidito (Hollow Men). In realtà un momento di pausa c’è, ma è affidato al cd che accompagna l’album: Poisoned Tissue, sostituta della Menarè presente sul 10”, è un lungo frattale sonoro nero pece che se limita la violenza cieca, lo fa solo per trasformarla in disagio e devasto interiore. Scream(o) baby, scream(o).

Infine per il vinile piccolo, una rapida segnalazione per i Meteor, duo bresciano il cui 7” Anemici rischia di essere più breve della nostra rece. Perciò andiamo di iper-sintesi: 4 micro-spastic-composizioni in 4 minuti di chitarra-batteria tra MoHa!, gli immancabili Lightning Bolt, aggressività Locust e certe svisate prog non banali per un rinfrescante assalto sonico. Breve ma intenso.

Mese particolarmente gustoso anche per gli amanti delle sonorità più tetre ed oscure. Apriamo in bellezza con il ritorno dei giovanissimi e teutonicissimi Die Selektion che dopo l’ottimo album di debutto tornano a farci ballare nella loro dark room immaginaria con  Cladis, singoletto appena pubblicato dalla svizzera Edition Gris. Nei solci del piccolo vinile colorato gi amanti dell’EBM più scura, nondimeno indirizzata verso lidi quasi techno d’annata, troveranno di che leccarsi baffi con un pezzo come Triumph. Cinque minuti di musica elettro-meccanica con cui i tre giovani crucchi perfezionano un stile personale che era già evidente nel disco omonimo. Cassa dritta, voce scandita in lingua madre, la tromba/marchio di fabbrica a sottolineare le azzeccatissime linee melodiche del gruppo. Il pezzo dark ambient che copre il lato B lascia giusto il tempo riprendere fiato. Ancora una volta, complimenti vivissimi.

Un secondo comeback di cui non potremmo essere più lieti vede il ritorno su vinile breve degli australiani Lakes, già segnalati ai più attenti di voi su queste pagine grazie al precedente Winter’s Blade. Il trio capitanato da Sean Bailey ha affinato negli ultimi tempi una micidiale quanto personale mistura di dark-punk o neo-folk con percussioni marziali, solenni chitarre semi-acustiche e grevi invocazioni baritonali. Ovvero come mettere definitivamente d’accordo Current 93 e Killing Joke, Death In June e Bauhaus. Con Crossed With Leaves i nostri rilanciano la maledizione, dando vita a due scurissime gemme di incredibile fattura. Valga quanto appena detto, sia per l’omonima traccia che per il B-side Night Lark, il che dovrebbe bastare per indirizzarvi di corsa alla scoperta di questo gruppo, nel caso non abbiate già provveduto.

Chiudiamo in bellezza con Vatican Shadow, il nuovissimo progetto di Dominick Fernow alias Mr. Prurient e synth-player nei blasonati Cold Cave. Attivo già da un annetto con una lunga serie di cassettine, la nuova creazione dell’artista rumoroso americano ha da poco raggiunto la soglia della pubblicazione su vinile. Del full-length Kneel Before Religious Icons leggerete a breve su queste pagine, mentre oggi vi segnaliamo l’uscita su 12” di Iraqi Praetorian Guard. Maxi singolo in uscita per la britannica e lungimirante Blackest Ever Black (già casa di Regis, Raime e Tropic of Cancer), il disco in questione annovera due dei primissimi brani del progetto più un remix proprio a cura del producer techno-industrial Regis. Per chi di voi è ancora a digiuno occorrerà dire che Vatican Shadow propone una musica elettronica industriale con basi vagamente dance, imperniata attorno ad una ciclica ripetitività e ad atmosfere disturbanti e al contempo oniriche. Come un giovane Maurizio Bianchi ai tempi di Symphony For A Genocide. Presto comunque dedicheremo un meritato articolo al nuovo mostro partorito da Fernow, per prendete nota perché ci sarà di che gioire!

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