Gimme Some Inches #34

Mentre una parte sempre più consistente dell’underground (italiano ma non solo) sembra perdersi in sterili polemiche sul crowdfunding o sulla integrità da diy – noi, non c’è bisogno di dirlo, parteggiamo per la seconda – c’è sempre più gente che si sbatte in silenzio per far circolare la propria musica. La romana Geograph, giovane label gestita in solitaria da Antonio aka Grip Casino, sarebbe facilmente inseribile nel calderone onnicomprensivo del borgata bordo per frequentazioni e stortume. Ma i suoi confini, geographici e non, ci dicono di una entusiastica ricerca di “campioncini” off che spaziano con nonchalance tra deliri e deliqui, tra noise e sporcizia, rimanendo però sempre sintonizzati sulla forma canzone.

In un catalogo che si va facendo sempre più corposo, le ultime uscite sono Calcutta e Kawamura Gun, ennesime perle di un rosario di stramberie made in Grip Casino, Eva Won, Harmony Molina e Trapcustic. Forse, primo passo per il solo-act from Latina Calcutta, è un disco di quelli che difficilmente passerà inosservato e altrettanto difficilmente si toglierà dalla testa di chi avrà la fortuna di ascoltarlo. Un lavoro denso di sfattume oppiaceo e “deurbanizzato” applicato al folk deviante virato 60s, tropicàlia, tradizione popolare, cantautorato “colto” italiano anni 70 che ci fa venire in mente delinquenziali fusioni alla Bugo intimista meets Sic Alps e che mangia in testa a tutte le Luci del mondo. E lo fa a forza di ragazze incontrate a Pomezia, amori all’odor di Arbre Magique, amori finiti a Cisterna, sarcasmo surreale e (dis)ordinaria follia. Genialità e disagio da Latina. Applausi a scena aperta.

Da ancora più lontano arriva Kawamura Gun, ragazzone nippo trasferito da tempo a Roma, zona Pigneto ovvio, e ben calato nella surrealtà di zona se intitola Brutiful il suo esordio. Siamo sempre dalle parti della forma canzone latamente folk o rock, ma Gun ci mette quell’esotismo che spesso fa rima con weird quando si coniuga in giapponese. Il cantato in lingua madre suggestiona, certo, ma è il senso generale degli arrangiamenti decisamente bizzarri che tracimano la follia di qua e di là degli oceani a farsi notare tra gusto folkish stars&stripes e schizofrenie nippo, tradizioni infrante a più non posso, melodie fanciullesche e exotica sixties alla Pizzicato Five de noantri.

Altro nome da segnalare è The Piano Machine, sigla dietro cui si celano Antonello Raggi (Satan Is My Brother) e Francesco Campanozzi più una bella messe di ospiti. Progetto nato in casa e con una miriade di strumenti per un pop sofisticato e ricercato che si muove agile tra attitudine da Beta Band controllata e Canterbury pop, aperture post-pop cameristico, cinematiche visioni e docile psichedelia visionaria da folk britannico. Finendo col lambire territori electro limitrofi al french touch.

The Bicyle ep, The Train ep e The Airplane ep sono, come deducibile, le tre parti di un concept album incentrato sui mezzi di trasporto come metafora del musica in movimento. E di luoghi ne toccano eccome i due, dimostrando di nuovo la bontà di un panorama italiano che vive della propria passione e che spesso tira fuori piccoli gioielli. The Piano Machine è uno di quelli.

Ancora vogliosi di nomi validi sul versante del faccio tutto da solo? Ecco a voi. Il romano Von Datty si muove sul filo del cantautorato ma lo fa in maniera storta e notturna, alternando filastrocche, rumorismi, nenie, limpidezza esecutiva, retroterra cinematografico, esotismo popolare in un breve lavoro (Diavolerie) che è un bell’esordio, personale e lontano da soluzioni (vocali e strumentali) facili. Meglio di molti più celebrati cantastorie, perciò “Baffi al vento”.

Sempre su base acustica si muove Apash 2012, seppur adagiato su una forma “classic-rock” più riconoscibile e pacificata, tranne che in alcune eccezioni (i beats sintetici di All In o il downtempo spacey di Jealousy). A risaltare e a venir premiata in Blacker è però la cruda nettezza con cui si manifesta la passione del suo autore, fieramente fuori moda e sentita fino al midollo.

Infine, il fuoriuscito dai Fauve! Matteo Moca che se ne esce con un album di musica liquida, La Premiere Plainte, in cui dimostra di essere al pari della statura raggiunta dalla ex casa madre. Paesaggi liquidi, noise bianco, elettroacustica disturbata, etno-soliloqui, dubboni cosmici e smaterializzazioni varie sono pane per i denti di Moca e questo primo passo in solo, nutrendosi di “fantasmi e hauntology, Cioran e Proust” è un ottimo viatico per il futuro.

In chiusura torniamo alla tangibilità del mezzo di diffusione con un paio di cassette appena uscite. Entrambi ritorni di nomi passati su queste pagine, hanno storie diverse. La prima tape è La Mia Africa (pubblica la romana No=Fi Recordings) di Gianni Giublena Rosacroce. Mr. Isaia ritira fuori la sigla esoterica con la quale aveva dato inizio ala saga La Piramide Di Sangue con un mini in cui ci trasporta nuovamente in quelle lande senza tempo che caratterizzavano l’esordio di un anno fa: effluvi mediorientali, spiritualità “altra”, trascendenza etno, devianza psichedelica e umoralità altalenante tra momenti più mossi e dilatate visioni. Tutto, come al solito, fatto in (quasi) totale solitudine, se si eccettuano interventi dei fratelli (Dedalo666, Vernon, Jena) e le voci recitanti di due ragazze tuareg intente a declamare i versi di GGR nel linguaggio fula. Della serie, cosa vogliamo dirgli?

L’altra tape invece è il rientro dei Plutonium Baby, trio romano misto che avevamo incrociato un anno fa nello split con Margaret Doll Rod. Ora è il momento di tirare le fila del tutto e così arriva la cassetta fucsia e limitata per Welcome in the Shit Records in cui outtakes, improvvisazioni e esperimenti casalinghi si muovono sempre sul crinale del garage-wave a forti tinte crampsiane. Doppia voce, echi cavernosi, synth reiterati e batterie sconclusionate per una botta di vita di insano rock’n’roll.

28 Gennaio 2013
28 Gennaio 2013
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