Temporali

La fatica di essere (stati) grandi

Una delle emozioni più forti che ho vissuto assistendo ad un live, mi è capitata senz’altro il 29 giugno 2001, a Montesole. Quella sera gli ormai ex-CSI, da poco orfani di Zamboni, gettarono le premesse del progetto P.G.R. con un concerto in memoria di Don Dossetti, non lontano dai luoghi che sei decenni prima avevano visto compiersi l’efferata strage di Marzabotto. Musicalmente non ricordo un concerto straordinario, come del resto testimonia il disco che ne fu estratto. Ma il disco non può catturare l’atmosfera tesa e commovente che – a mio parere – raggiunse lo zenit con Guardali negli occhi. Non ho vergogna ad ammettere che in quel momento piansi come non ricordo di avere mai pianto ad un live.

Quasi tre lustri dopo, esaurite diverse fasi più o meno belle, con l’avventura P.G.R. già archiviata, una riedizione dei CSI con Angela Baraldi alla voce e l’ipotesi sempre più circostanziata di un clamoroso ricongiungimento di tutti i membri originali, Giovanni Lindo Ferretti riserva un duro colpo ai vecchi fan. L’ennesimo. Il fatto: invitato alla Festa della Destra di Atreju, evento organizzato dall’onorevole Giorgia Meloni, ha rilasciato dichiarazioni che non lasciano dubbi circa le sue attuali convinzioni politiche. Oltre ad aver tessuto le lodi della Meloni (sperticate) ed aver confessato simpatia per Salvini e Berlusconi, ha dichiarato testualmente: “c’è un diritto dell’umanità a vivere in pace nella sua terra, ma lo straniero è straniero, uno Stato che non protegge i confini e non pensa ai suoi compatrioti non è uno Stato, mi fanno molta impressione le persone che mettono i propri cari all’ospizio per dedicarsi ai poveri del terzo mondo”.

La ricaduta sui pianeti social è stata considerevole, a testimoniare quanto la “ferita” lasciata aperta dall’ex-icona del post-punk non accenni a rimarginarsi, malgrado la vicenda di Giovanni Lindo enumeri ormai molti capitoli di vicinanza a posizioni e pubblicazioni “conservatrici”. Del resto, le discussioni hanno girato attorno ad argomentazioni tutt’altro che inedite, riassumibili in due filoni principali: quello che sostiene l’indipendenza tra opinioni/posizioni politiche ed espressione artistica da un lato, quello che «di cosa vi stupite, Ferretti non è mai stato di sinistra» dall’altro. Riguardo a quest’ultimo aspetto bisogna dire che, in effetti, né i CCCP né i CSI hanno mai assunto posizioni da retorica combat folk. Seppure abbiano calpestato spesso e (presumo) volentieri i palchi delle Feste de l’Unità, la loro è sempre stata una presenza disallineata, aliena, in cui l’ortodossia fungeva da paradigma provocatorio, spesso beffardo, come una linea di galleggiamento su cui prendere di mira le barchette del pensiero conforme, concentrando il vero discorso poetico sull’indicibile sommerso.

Ma a scaldare gli animi è l’altra questione: seppure le divergenze col (paradigmatico) compagno Togliatti abbiano di gran lunga sopravanzato le affinità, il balzo tra quanto espresso in una dozzina di formidabili anni (tanto è durata la parabola CCCP-CSI) e l’abbraccio con Giorgia Meloni è di quelli, come si suol dire, quantici. Tanto da mettere in discussione forma e sostanza (persino – ahinoi – l’autenticità) di quello straordinario repertorio. Personalmente, e malgrado tutto, non riesco a disprezzare la democrazia al punto di non accettare che chiunque possa cambiare idea ogni volta che lo desideri. Non ancora, almeno. Penso quindi che nulla di ciò che Ferretti possa dire o fare oggi comprometterà la mia considerazione per ciò che ha prodotto assieme a Zamboni e compagni (sono tra quelli che ha apprezzato anche Co.dex, figuratevi). Con ciò, la questione potrebbe quasi dirsi chiusa, se non fosse per un ultimo spiraglio, a parere mio il più doloroso e difficile da liquidare. C’entra col fatto che le canzoni creano legami tra autore (o interprete) e ascoltatore, una specie di identificazione indotta, per così dire, dalle affinità emotive.

A questo punto piazzo la domanda retorica: perché Ferretti è così idolatrato dai “giovani” di Atreju? Mi azzardo a rispondere: banalmente, perché si tratta di un idolo del pop rock italiano “alternativo” che ha scelto sorprendentemente di schierarsi sulle loro posizioni. Aggiungo: non è certo per questo che Ferretti passerà alla storia, trattandosi di semplici adesioni a tematiche sedimentate da decenni in un certo immaginario populista-cattolico-conservatore. Ed ecco il punto: Ferretti è un idolo autorevole, la cui profondità di pensiero unita all’intensità e peculiarità delle interpretazioni hanno reso il suo impatto sulle generazioni dei 90s e dintorni (fine 80s e primi 00s) paragonabile a quello di un De André per quelle precedenti. I ragazzi di Atreju non credono ai loro occhi. La Meloni è comprensibilmente in estasi. Al contrario, quelli che anni fa lo avevano messo sull’altarino accanto al Che e agli Inti-Illimani, si sentono defraudati. Affari loro, certo: come si fa a mettere nel pantheon della sinistra uno che canta Battagliero con quella voce, con quella faccia? Tuttavia, in chi si rammarica e non perde occasione di farlo notare, c’è lo sconforto di chi non si capacità della caduta in basso. Non a destra: in basso. Nel grossolano. Nel facile.

Forse anche qui si tratta di una visione distorta delle cose, però proviamo a seguirla: colui che è la causa di emozioni, sensazioni e riflessioni tanto intense, deve necessariamente trattarsi di un individuo speciale. Uno che gravita sopra le misere considerazioni da bar dei cervelli all’ammasso. Deve, perché il contrario si fa fatica ad accettarlo. Il contrario svilisce quelle emozioni, quella bellezza. Il contrario svilisce la mia capacità di provare emozioni e articolare riflessioni. Mi svilisce come individuo. Ferretti sta (giustamente) vivendo sulla rendita delle notevoli cose fatte in un passato che non lo vedeva certo fare proprie posizioni tanto dozzinali, nazionalpopolari, di pancia.  Se è legittimo per lui abbassarsi o alzarsi al livello intellettuale che desidera, è altrettanto legittimo, per chi lo ha amato, rammaricarsene ed esprimere questo rammarico, perché in gioco non c’è il Ferretti uomo libero di oggi, ma il Ferretti di allora, che non è stato affatto archiviato (non da Ferretti, non da chi lo ha amato).

Se attorno a questa faccenda si è fatto molto rumore, mi sembra insomma del tutto comprensibile. È anzi un segnale incoraggiante: l’espressione in ogni sua forma comporta responsabilità e legami. Se, coerentemente con una tua vecchia canzone, una volta eletto idolo decidi di incepparti (ma non è, a quanto pare, una regola ferrea), devi sapere che non puoi farlo gratis: le cose belle e persino meravigliose di cui sei autore hanno un fall out lungo, sono un’eredità da cui non puoi liberarti con una rubrichetta su un giornale o una dichiarazione sprezzante. La grandezza costa la fatica della grandezza, la libertà di sperperarla è sacrosanta così come il sacrosanto rancore di chi non te lo perdonerà. Il sacrosanto rancore.