Heroes and Villains – “Westworld” – 3×05-06

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Se dovessimo dare una sorta di nomignolo a questa terza stagione di Westworld diremmo “Controllo”. Impossibile non notare il ritorno a una struttura narrativa più misurata e meno tendente al loop o ai voli pindarici e filosofici che avevano finito per appesantire eccessivamente la passata stagione. Ogni episodio di questa terza mandata, in cui ci addentriamo per la prima volta nel mondo “reale”, negli Stati Uniti futuristici del 2058, è dotato intenzionalmente di un corpo inattaccabile dal punto di vista sia estetico che di senso, anche per questo risulta particolarmente ostico, se non impossibile, amarla in maniera sconsiderata.

Al centro, come sempre, ci sono i personaggi, con la protagonista Dolores che però sembra l’unica dotata di una visione di insieme salda e mai esitante, visione che probabilmente comprenderemo meglio nel finale di stagione. Attorno a lei, o contro di lei, vediamo alternarsi personaggi veramente saldi e tridimensionali come Charlotte, assente dal quinto episodio ma che ritorna con tutta la sua potenza drammaturgica nel sesto; come Caleb, aiutante umano (??) ancora inconsapevole del proprio ruolo in un sistema che controlla le vite di chi lo popola; come Maeve, intenzionata a diventare l’unico avversario possibile di Dolores: è il suo doppio, ma in un certo senso speculare; infine, c’è Bernard, il cui ruolo sembrava doverla fare da padrone ma che via via è slittato in una dimensione sicuramente più marginale di quanto ci saremmo aspettati.

Questo perché, appunto, ci troviamo dinanzi a una terza stagione che non vuole assolutamente commettere errori, che concede il giusto allo spettatore più fedele e grandi sequenze di impatto che accelerano la componente più action per lo spettatore occasionale. Non lascia nulla di intentato la scrittura di Jonathan Nolan e Lisa Joy, che in Genre – ad esempio – ambienta il più grosso colpo di scena della trama – ovvero il fatto che il sistema di elaborazione dati denominato Rehoboam non è solo capace di tracciare il destino di chiunque, ma è anche in grado di condizionare i comportamenti delle persone affinché non svincolino dal sentiero segnato – all’interno di una struttura digressiva. La droga che dà il titolo e muove l’intero episodio, infatti, non è altro che un MacGuffin, puro e semplice esercizio di stile che esalta le doti visive di regia e montaggio ma a cui non si può imputare nulla proprio perché annida in sé l’elemento fondamentale su cui da qui in poi verterà il resto della narrazione, e perché ci consegna – last but not least – un’altra meravigliosa origin story, stavolta tutta incentrata sul Serac di Vincent Cassel. Controllo.

Quello che succede con l’episodio successivo ha dello straordinario. In tutti i suoi capitoli, Westworld ha sempre suggerito l’idea che la vera ribellione derivi dalla consapevolezza di star compiendo un atto contrario a ciò che ci si sarebbe aspettato. Una sorta di divergenza (Decoherence, appunto) dal sentiero imboccato. Smascherato temporaneamente l’inganno perpetrato da Rehoboam, la società precipita nel caos, ma ancora di più sono i personaggi più complessi di Westworld a prendere consapevolezza del loro deviare da un terreno su cui erano stati indirizzati da altri; in questo senso, il percorso fin qui più affascinante è quello compiuto da Charlotte/Dolores, quello che arriva al culmine, dopo il quale niente sarà più come prima. Il suo slittare da una coscienza a un’altra è un sublimare ulteriormente il discorso che la serie porta avanti sul concetto di identità, dove la ribellione in questo caso sta nel ristabilimento delle priorità: Charlotte sceglie la famiglia (in realtà non sua, ma i cui ricordi impiantati ne hanno fatto emergere il carattere più umano), cosa che – come le ricorda lo stesso Serac – la vera Charlotte Hale non avrebbe mai fatto (sembra di risentire lo slogan della Tyrell: «Più umano dell’umano») e, cosa ancor più grave, tradisce le aspettative della Dolores originale (che ci sia il suo zampino e non quello di Serac dietro lo sterminio finale?).

Quindi l’Uomo in Nero, ormai decisamente mutato in Uomo in Bianco. Il suo era – per esplicita concessione di Dolores – un personaggio chiuso, finito, condannato all’ultimo gioco della sua esistenza. Eppure, la seduta di psicoanalisi virtuale compiuta all’interno della struttura sanitaria in cui è rinchiuso mette in evidenza il percorso del personaggio, mai veramente cattivo perché mai veramente buono. Il suo è stato un destino segnato fin dal principio, un uomo che in definitiva non ha mai deciso nulla nella sua vita, ma che se l’è vista scorrere davanti agli occhi interpretando il ruolo che gli era stato affidato dagli eventi («Did your life just happen to you? Or did you choose it? / If you can’t tell, does it matter?»). Frasi che tornano dal passato e improvvisamente acquistano nuovi significati, simbolici o concreti che siano. Il percorso di Ed Harris (sempre più superlativo) in Westworld è tutt’altro che concluso, è appena iniziato…

23 Aprile 2020
23 Aprile 2020
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